Coronavirus ed emozioni

25 mar

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Qualche giorno fa, ho pubblicato un video su Facebook per rassicurare amici e parenti che continuavano a scrivermi chiedendo notizie, dal momento che vivo in Italia da anni e, inoltre, nel “nord”, ovvero nel ” epicentro “dell’emergenza coronavirus”.

Dopo quel video, sono stata invitata dal dott. Jeferson Vinholes, con il quale avevo lavorato in Brasile (sono stata una delle  psico-oncologhe della CliniOnco, fino a quando non mi sono trasferita in Italia per motivi personali), per fare un “live” su Instagram sul Coronavirus: la situazione in Italia, come tutto aveva iniziato, perché ci sono così tanti casi e, allo stesso tempo, parlare un po ‘dell’impatto psicologico che tutto ciò ha generato e, chissà, pensar ad alcune soluzioni.

L’incontro si sarebbe svolto il giorno successivo, alle sette e mezza di sera, orario brasiliano. Nel pomeriggio ho iniziato a prendere appunti, a selezionare dati, a cercare di mettere su carta una specie di presentazione, qualcosa che potesse servirmi da ”guida”.

Mi sono ritrovata a pensare agli aspetti emotivi e, naturalmente, presto mi sono venute in mente problemi facilmente osservabili, come paura, panico, ansia, depressione. Oltre a questo però, forse a causa di un “vizio” della professione (io sono una psicologa, psico-oncologa, specialista in psicosomatica e con un master in cure palliative), ho iniziato ad osservare che, in generale, i comportamenti che molte persone, almeno qui in Italia, hanno presentato in relazione al coronavirus, sembrano soddisfare le 5 fasi dell’elaborazione del lutto, descritte da Kluber Ross.

Inizialmente (e può darsi che sia così), ho pensato che una simile osservazione non avesse molto senso, “cosa c’entra l’una con l’altra”? All’improvviso, tuttavia, mi sono resa conto che i cambiamenti comportamentali imposti dal coronavirus ci stanno facendo vivere sì un processo di lutto.

Cambiare significa dover lasciare qualcosa alle spalle. Sebbene molti di questi cambiamenti siano transitori, al momento, stiamo sì lavorando l’elaborazione di un lutto. Il lutto di quella vita che abbiamo avuto prima, il lutto di comportamenti, atteggiamenti.

Abbiamo paura, perché il virus è sconosciuto e l’ignoto, il “nuovo” spaventa. Stiamo cercando, tuttavia, modi per affrontarlo. Cerchiamo informazioni e improvvisamente, alcune con più sofferenza, altre con meno, ci rendiamo conto che anche  avere “troppe informazioni” non va bene, ci fa stare male. Ci concentriamo quindi sulla ricerca di dati affidabili, come quelli dell’Organizzazione mondiale della sanità o del Ministero della salute italiano. E cerchiamo questi dati sempre meno spesso. Una volta al giorno, chissà. Poi, magari non più di 3 volte a settimana, dopo, magari, ad una distanza più lunga nei tempi.

Spegniamo la TV, cambiamo canale. Mettiamo un CD, accendiamo la radio, cantiamo (a casa, alle finestre, dai balconi). Facciamo esercizi seguendo i suggerimenti delle pagine su You Tube. Leggiamo, piantiamo, proviamo nuove ricette. Alcuni, come me, scrivono.

A poco a poco, quel virus comincia a non essere più così spaventoso. Improvvisamente ci rendiamo conto che non possiamo controllarlo, ma possiamo fare la nostra parte per impedirgli di diffondersi così in fretta. E ci accorgiamo che la responsabilità è ANCHE nostra. Non sappiamo ancora cosa accadrà domani (come è sempre stato), ma invece di vivere in un’ansia incontrollata, cerchiamo di vivere l’OGGI. Chiediamo aiuto, da psicologi, psichiatri,  da reti di supporto sempre che necessario.

Cercando di adattarci a questa nuova realtà, a volte dimentichiamo di essere esseri biopsicosociali e spirituali e che dobbiamo prenderci cura di noi stessi (e degli altri) in tutti gli aspetti. Quindi, prenderesi cura del corpo (dieta, cibo, esercizio fisico), dello psi (attività che ci fanno bene, lettura, musica, terapia, supporto psicologico online, ecc.), del sociale (incontri dalle finestre, dai balconi, videochiamate con Skype, gruppi di chat online), dello spirituale (preghiere, mentalizzazioni, esercizi di meditazione, REIKI, vibrazioni positive,infine…)

Come “quasi” sempre, ho finito per deviarmi dall’argomento iniziale. Stavo parlando di aver osservato nel comportamento delle persone che stanno vivendo questa situazione di coronavirus dei comportamenti che, a mio avviso, assomigliano alle 5 fasi dell’elaborazione del lutto. Quindi, guarda cosa ho osservato dal momento in cui il virus si è sparso, “diffondendosi” in tutta la penisola italiana:

 1: Negazione: è solo un raffreddore. Prendi solo gli anziani. Trovo tutta questa cura, tutta questa precauzione, un’esagerazione. (Attenzione: può succedere a ognuno di noi! Quando le scuole furono chiuse, che era è stato il primo passo per la contenzione del virus, mio ​​suocero si è già organizzato in modo da non dover più uscire di casa. Mio marito e io pensavamo che stesse esagerando. Poi abbiamo finito per scoprire che aveva ragione proprio lui)

2: Rabbia: contro il virus, ma anche contro i “cinesi” (hanno portato il virus qui?), Contro le persone che sono fuggite dalla zona rossa, contro gli italiani che hanno viaggiato in Brasile…). Rabbia per chi esce di casa, perché dovrebbe restare a casa sua; rabbia per chi resta a casa, perché io invece sono obbligata ad andare a lavorare. La rabbia, tante volte proiettata sull’altro. In effetti, forse questa sia una delle grandi questioni del momento.

La necessità di assumersi la responsabilità. Concretamente. Prima, anche di fronte a una malattia, io potevo “incolpare”, responsabilizzare l’altro: il dottore, l’infermiera, l’ospedale,la medicina che non ha alcun effetto, la chemioterapia che non funziona, il governo che non investe nella ricerca, ecc … Ora, posso continuare a fare tutto questo. Allo stesso tempo, però sono costretto a rendermi conto che per non contaminarmi, sono IO che ho bisogno di cambiare, sono IO che ho bisogno di agire. Sono IO che devo prendere sul serio la richiesta di evitare contatti stretti, sono IO che devo lavarmi bene le mani, sono IO che, anche se sano, posso diffondere il virus e diventare RESPONSABILE  per contaminare delle persone a chi voglio bene.

3: Negoziazione: ragazzi, come ce ne sono di persone che agiscono così !! Oh, che problema c’è andare al parco, intanto resterò per poco tempo! Eh, va beh, abbiamo riunito un gruppo di amici in un bar, ma qual è il problema? Non siamo nel gruppo a rischio! Ah, ci siamo riuniti, siamo andati a uno spettacolo, ma il posto era all’aperto! (Per non parlare della gente che copre il naso e la bocca con fazzoletti, coperte, sciarpe, come se ciò li rendesse immuni al virus!)A proposito, riguardo alle mascherine: lasciatele a coloro che hanno VERAMENTE bisogno, come gli operatori sanitari e le persone con bassa immunità!

4. Depressione: purtroppo alimentata dalla necessità forzata di isolamento sociale. Tristezza per di certo modo dover vivere un processo di lutto. La necessità di un cambiamento radicale nel comportamento ci costringe ad elaborare un lutto del nostro comportamento precedente, anche se solo per un certo intervallo di tempo. Questo è un comportamento normale. È normale sentirsi tristi, persi, non motivati. Come in ogni processo, tuttavia,pian piano ci si arriva alla fase della…

5. Accettazione. Okay, il virus è lì, costringendoci a cambiare il nostro comportamento. È giunto il momento in cui dobbiamo prendere una decisione,il momento di agire. Dobbiamo metabolizzare le informazioni. E fare qualcosa di concreto con quello che abbiamo.

Qui, quindi, torno alla domanda precedente: ci sono fattori specifici, CONCRETE, che sono le principali cause di diffusione e trasmissione del virus, così come ci sono comportamenti specifici per prevenire la contaminazione. Misure tra l’altro relativamente semplici, il che ci fa chiedere perché abbiano generato così tanto stress. Forse perché questi cambiamenti richiedono un cambiamento nel comportamento, un cambiamento nell’atteggiamento? Forse perché ci rendono direttamente responsabili, mentre prima potevamo “gettare”  la responsabilità sull’altro?

Naturalmente, conoscere il nemico contro il quale stiamo combattendo rende le cose più facili. Tuttavia, nel caso di un virus completamente nuovo, dobbiamo essere consapevoli che sotto molti aspetti egli rimarrà un estraneo. E questo fa paura, perché viene contro il nostro desiderio di “conoscere per poter controllare”. Ma nella vita, quante cose sono esattamente così, incontrollabili?

Ovvio che cercare informazioni aiuta, purché, come accennato in precedenza, non siano troppe.A poco a poco, dobbiamo cercare un nuovo tipo di “normalità” in questa situazione che ci sembra così anormale. Anche perché in realtà non abbiamo idea di quando questa situazione andrà a finire. Sappiamo che succederà, ma non abbiamo alcun controllo su di essa. Tuttavia, abbiamo il controllo sui nostri atteggiamenti. E in questo caso specifico, potremmo persino avere (un po’)di controllo sulla nostra salute.

Qui si stanno formando grandi reti di solidarietà. Vicini che cantano dai balconi,dalle finestre. Chi si salutano. Gruppi sul Whatsapp che si scambiano messaggi come: sto andando al mercato, hai bisogno di qualcosa? Happy Hours via Skype. Famiglie avendo del tempo per stare insieme. Importanti cambiamenti nel comportamento sociale. Altruismo. Mettersi nei panni dell’altro. Cambiare il punto di vista. Fare ognuno la sua parte. Cerca aiuto (virtuale). Impegnarsi! Fare attività fisica. Leggere, scrivre. Fare cose che prima non avevamo il tempo. Stare insieme a raccontare storie, rivedere foto, ricordi. Guardare un film. Prendersi cura del giardino. Provare nuove ricette.

Stiamo vivendo un periodo di accettazione, adattamento. Siamo di fronte a una nuova realtà e ci stiamo adattando ad essa. Stiamo ancora “metabolizzando” le informazioni. Nuove percezioni, riletture.Accettare questa nuova (anche se temporanea) realtà e adattarsi ad essa è fondamentale. Cogliere l’opportunità di stare di più con la famiglia, di “riscoprire” se stesso. Imparare a mettersi nei panni dell’altro. Cambiare il nostro punto di vista, rivedere priorità ed eliminare pregiudizi. Cercare nuovi equilibri.

Accettare i nostri sentimenti, di rabbia, di paura, di impotenza. Lasciarli scorrere, ma non alimentarli eccessivamente. Essi vengono, sono normali, sono attesi. E passano. Passano perché pian piano cerco altre cose, altri interessi. Passano perché a poco a poco riesco a distinguere tra ciò che posso e ciò che non posso controllare. Vivere oggi, ora e, tra tanti attitudine concrete, amare.

Un amore, come era già stato detto in un precedente testo, che si riflette nei pensieri positivi, nei mantra, nelle preghiere, nelle catene di preghiera. Un amore che viene trasmesso attraverso il REIKI, dl’esercizio del perdono, l’hoponopo. Ma anche un amore rappresentato dal lavarsi le mani, un amore che ci fa stare a casa, che ci chiede di non visitare i nostri amati genitori, zii, nonni. Un amore che rinuncia a questi incontri, in modo da poter mantenere “al sicuro” quelli che amiamo.

“Non abbiamo mai avuto un esempio così concreto per capire che l’amore è rinuncia. Rinunciare al contatto oggi, così che possa esserci un domani ”. L’amore che si riflette nell’aiutare gli ospedali, nel bigliettino lasciato sulla porta del vicino chiedendogli se ha bisogno di qualcosa, l’amore che è nei sorrisi, nei gesti, negli atteggiamenti, nello scambio di sguardi. L’amore di medici, infermieri e tutto il personale sanitario, che mettono al primo posto la vita dell’altro. L’amore sia di coloro che si fermano e devono cercare nuovi modi di amare, sia di quelli che non possono fermarsi. (Compresi raccoglitori di rifiuti, bidelli, spazzini, camionisti, ecc, ecc.). Infine, un amore che ha innumerevoli modi per manifestarsi.

Marian de Souza

Coronavirus e emoções

25 mar

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Há alguns dias, publiquei um vídeo no Facebook com o objetivo de tranquilizar amigos e familiares que continuavam a me escrever pedindo notícias, visto que estou há anos morando na Itália e, ainda por cima, bem no “norte”, ou seja, no “epicentro” da “emergência coronavirus”.

Após aquele vídeo, fui convidada pelo dr. Jeferson Vinholes, com quem eu tinha trabalhado no Brasil (Fui uma das psico-oncólogas da CliniOnco, até me transferir para a Itália por motivos pessoais), para fazermos um “live” no Instagram sobre o Coronavirus, a situação na Itália, como tudo começou, o porquê de tantos casos e, ao mesmo tempo, falar um pouco sobre o impacto psicológico que tudo isto tem gerado e, quem sabe, pensar em algumas soluções. O encontro seria no dia seguinte, às sete e meia da noite, horário do Brasil.

Durante a tarde, comecei a fazer algumas anotações, selecionar dados, tentar colocar no papel uma espécie de apresentação, alguma coisa para “me guiar”. Me vi pensando nos aspectos emocionais e, logicamente, logo me vieram em mente questões facilmente observáveis, como medo, panico, ansiedade, depressão. Além disso porém, talvez por um vício da profissão (sou Psicóloga, Psico-Oncologista, especialista em Psicossomática e com um Master em Cuidados Paliativos), comecei a observar que, de modo geral, os comportamentos que muitas pessoas, pelo menos aqui na Itália, têm apresentado em relação ao coronavírus, parecem vir ao encontro das 5 fases de elaboração do luto, descritas por Kluber Ross.

Inicialmente (e pode ser que seja assim), pensei que tal observação não fizesse muito sentido, “o que tem a ver uma coisa com a outra”?. De repente, no entanto, me dei conta que as mudanças de comportamento impostas pelo coronavírus estão fazendo sim com que vivemos um processo de luto. Mudar significa precisar deixar algo para trás. Embora muitas destas mudanças sejam passageiras, neste momento, estamos elaborando um luto sim. O luto daquela vida que levávamos antes, o luto dos comportamentos, atitudes.

Estamos com medo, porque o vírus é desconhecido e o desconhecido, o “novo” assusta. Buscamos, no entanto, formas para enfrentá-lo. Buscamos informações, e de repente, alguns com mas sofrimento, outros com menos, nos damos conta de que “informação demais” também faz mal. Nos concentramos então em buscar apenas dados confiáveis, como os da Organização Mundial da Saùde, ou do Ministério da Saùde Italiano. E procuramos estes dados cada vez mais espaçadamente. Uma vez por dia, quem sabe. Depois, 3 vezses por semana, depois, quem sabe, ainda mais espaçadamente.

Desligamos a tv, mudamos o canal. Colocamos um cd, ligamos o rádio, cantamos (em casa, nas janelas, das sacadas). Fazemos exercícios seguindo dicas de páginas no You Tube. Lemos, plantramos, experimentamos receitas novas. Alguns, como eu, escrevem.

Aos pouquinhos, aquele vírus passa a não ser tão assustador. De repente nos damos conta de que não podemos controlá-lo, mas podemos fazer a nossa parte para que ele não se espalhe com tanta velocidade. E percebemos que a responsabilide TAMBÉM é nossa. Seguimos sem saber o que acontecerá no dia de amanhã  (como sempre foi), mas, ao invés de  viver uma ansiedade descontrolada, passamos a viver o HOJE.

Também buscamos ajuda, de psicólogos, psiquiatras, redes de apoio. Tentando nos adaptar a esta nova realidade, às vezes acabamos por esquecer que somos seres bio psico sociais, espirituais. E que precisamos cuidar de nós mesmos (e do outro) em todos os aspectos. Assim, cuidados com o corpo (dieta, alimentação, exercícios), com o psico (atividades que nos fazem bem, leituras, mùsica, terapia, suporte psicológico online, etc), com o social (encontros pelas janelas, das sacadas, chamadas de vídeo pelo Skype, grupos de conversa online), con o espiritual (orações, mentalizações, exercícios de meditação, REIKI, vibrações positivas, enfim…)

Como “quase” sempre, acabei me desviando do argumento inicial. Eu estava falando sobre ter observado no comportamento das pessoas que estão vivenciando esta situação do coronavírus comportamentos que, a meu ver, lembram muito as 5 fases de elaboração do luto. Então, olhem só o que eu tenho observado, desde o momento em que o vírus se difundiu, se “espalhou” pela península italiana:

1:  Negação: é só uma gripezinha. Pega só idoso. Acho todo este cuidado, toda esta precaução, um exagero. (Atenção: pode acontecer com qualquer um de nós! Quando fecharam as escolas, que foi a primeira medida tomada, meu sogro já se organizou para não precisar mais sair de casa. Eu e meu marido achávamos que ele estava esagerando. Depois, acabamos descobrindo que era ele quem estava com a razão)

2: Raiva: contra o vírus, mas também  contra os “chineses” (trouxeram o vírus pra ca?), contra as pessoas que escaparam da zona vermelha, contra o itáliano que viajou pro Brasil. .). Raiva daquele que sai, porque devia ficar em casa; raiva daquele que fica em casa, porque eu sou obrigado a sair. (Por causa do trabalho, por exemplo). Raiva na maior parte das vezes projetada no outro.

Aliás, talvez esta seja uma das grandes questões do momento. A necessidade de responsabilizar-se. Concretamente. Antes, inclusive diante de uma doença eu  facilmente “jogava”  a culpa, a responsabilidade, no outro. No médico, no enfermeiro, no hospital, no remédio que não fez efeito, na quimio que não funciona, no governo que não investe em pesquisas, etc… Agora, posso seguir fazendo tudo isto. Ao mesmo tempo, porém, sou obrigado a perceber que para que eu não me contamine, sou EU que preciso mudar, sou EU quem precisa agir. Sou EU que preciso levar a sério o pedido de evitar contatos estreitos, sou EU que preciso lavar bem as mãos, sou EU que, mesmo saudável, posso ser difusor do vírus e acabar me tornando o RESPONSAVEL por contaminar pessoas a quem quero bem.

3: Barganha: gente, como tenho visto isso!! Barganhar, negociar… Ah, não tem problema sair, vou só dar um pulo ali no parque! Ah, ok, a gente reuniu um grupo de amigos num bar, mas qual é o probema? Não somos do grupo de risco! Ah, a gente reuniu uma galera, fomos num show, mas o lugar era aberto! Pra não falar de gente cobrindo nariz e boca com lenços, mantas, echarpes, como se isso os tornasse imune ao vírus! Aliás, sobre as máscaras: deixem pra quem tem NECESSIDADE, como os profissionais de saùde e as pessoas com baixa imunidade.

4: Depressão: infelizmente alimentada da necessidade forçada de isolamento social. Tristeza por estar vivenciando de certa maneira um luto. A necessidade de uma mudança radical de comportamento nos obriga a fazer um “luto” do nosso comportamento anterior, mesmo que temporário. Este é um comportamento normal. É normal se sentir triste, perdido, desmotivado. Com em todo processo, porém, aos poucos vamos chegando na fase da…

5: Aceitação. Ok. O vírus está aí, nos obrigando a mudar o nosso comportamento. Chegou o momento em que precisa tomar uma decisão, precisa agir. Precisamos metabolizar as informações. E fazer algo de concreto com elas.

Aqui, então, volto à questão anterior: Existem fatores específicos, CONCRETOS que são as causas principais de difusão e transmissão do vírus, bem como existem comportamentos específicos para se prevenir. Medidas, aliás, relativamente simples, o que nos faz pensar por que têm gerado tanto stress. Talvez seja porque estas mudanças exigem uma mudança de comportamento, uma mudança de atitude? Talvez porque nos torna diretamente responsáveis, enquanto antes, podíamos “jogar” a responsabilidade no outro?

É claro que conhecer o inimigo contra o qual estamos combatendo torna as coisas mais fáceis. No entanto, em se tratando de um vírus totalmente novo, precisamos estar conscientes de que  sob muitos aspectos ele continuará sendo um estranho. E isto assusta, porque vem de encontro ao nosso desejo de “conhecer para poder controlar”. Mas na vida, quantas coisas são assim, incontroláveis?

Claro que buscar informações ajuda, desde que, como citado anteriormente, não sejam informações em demasia.

Aos poucos, precisamos buscar um novo tipo de “normalidade” dentro desta situação que nos parece tão anormal. Mesmo porque na verdade não temos a mínima ideia de quando ela irá terminar. Sabemos que vai, mas não temos controle sobre a mesma. Temos porém controle sobre as nossas propria atitudes. E, neste caso específico, podemos inclusive vir a ter (um pouco) de controle sobre a nossa saùde.

Por aqui, têm se formado grandes redes de solidariedade. Vizinhos que cantam das sacadas, das janelas. Que se abanam. Grupos  de Whatsapp que se mandam mensagens como: vou ao mercado, voce precisa de alguma coisa? Happy Hours via Skype. Famílias tendo tempo para ficarem juntas. Mudanças importantes no comportamento social. Altruismo. Se colocar no lugar do outro. Mudar o ponto de vista. Fazer cada um a sua parte. Buscar ajuda (virtual). Se ocupar! Fazer atividade física. Ler, escrever.  Fazer as coisas que antes não se tinha tempo. Se reunir a contar histórias, rever fotos, lembranças. Ver filme. Cuidar do jardim. Experimentar receitas novas.

Estamos vivendo um período de aceitação, adaptação. Estamos diante de uma nova realidade e estamos nos adaptando a ela. Estamos ainda metabilizando as informações. Novas percepções, releituras.

Aceitar esta nova (embora temporanea) realidade e nos adaptarmos a ela é fundamental. Fazer dela uma oportunidade para estar mais em família, se “redescobrir”. Aprender a se colocar no lugar do outro. Mudar o nosso ponto de vista, rever prioridades e desmontar preconceitos. Buscar novos equilíbrios.

 Aceitar os nossos sentimentos, de raiva, de medo, de impotencia. Deixar que eles fluam, mas não alimentá-los em demasia. Eles vem, são normais, esperados. E passam. Passam porque aos poucos vou buscando outras coisas, outros interesses. Passam porque aos poucos vou conseguindo fazer uma diferenciação entre o que eu posso e o que eu não posso controlar.Viver o hoje, o agora e, dentre tantas atitudes concretas, amar.

Um amor, como já foi dito em um texto anterior, que se reflete em pensamentos positivos, em mantras, em preces, em correntes de oração. Um amor que é transmitido pelo REIKI, pelo exercício do perdão, pelo hoponopo. Mas também um amor representado pela lavagem das mãos, um amor que nos faz ficar em casa, que nos pede para não visitarmos nossos amados pais, tios, avós. Um amor que renuncia a estes encontros, para que possamos  manter “a salvo” aqueles a quem amamos.

“Nunca tivemos um exemplo tão concreto para entender que o amor é renúncia. Renunciar ao contato hoje, para que possa haver um amanhã”. O amor que se reflete na ajuda aos hospitais, no bilhetinho deixado na porta do vizinho perguntando se ele está precisando de algo, o amor que está nos sorrisos, nos gestos, nas atitudes, das trocas de olhares. O amor dos médicos, enfermeiros e todo o pessoal da saúde, colocando a vida do outro em primeiro lugar. O amor tanto daqueles que param e devem buscar novas formas de amar, quanto daqueles que não podem parar. (Incluindo lixeiros, faxineiros, caminhoneiros, etc, etc, etc).Enfim, um amor que possui incontáveis formas de se manifestar.

Marian de Souza

Una riflessione sul momento corrente

19 mar

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Abbiamo a lungo sentito parlare di profezie, promesse, speculazioni. Persone che parlano della fine dei tempi, della fine del mondo, persone che affermano che ciò che stiamo vivendo in questo momento era già previsto nelle “sacre scritture”.

  Ho letto dichiarazioni che dicevano che la tanto temuta Terza Guerra Mondiale sarebbe avvenuta. Ad ogni notizia di conflitti in paesi che, sfortunatamente, sembrano essere eternamente in guerra,ad ogni movimento, ad esempio, degli americani in riguardo a questi conflitti, il “brivido sulla schiena” aumenta. Non mi rendevo conto, tuttavia, che la terza guerra stava sì per accadere.

In un precedente post ho affermato che la sensazione di coloro che vivono qui in Italia in questo momento è che stanno vivendo un periodo di guerra. Città vuote, persone chiuse a casa. Prima di ciò, le code nei supermercati, la disperazione di fare scorte. Svuotamento degli scaffali dei supermercati, persone che disobbediscono a regole basilari e importanti come stare a casa ed evitare la folla, nell’ansia di “scappare” chissà dove, di “fuggire” per stare con i parenti. Gesti che,se da un lato, possono persino essere compresi (ma non giustificati), dall’altro hanno finito per dare l’illusione, forse, di un “falso avvicinamento”, dopotutto hanno portato con sé il virus, che si è diffuso e hanno finito per  dover prendere le distanze, invece che avvicinarsi.

Malati in serie, decessi, decessi, decessi. Alpini che arrivano a Bergamo con i loro “ospedali di trincea”. Camion che trasportano cadaveri, parenti a cui è impedito di dire addio ai loro morti. Corpi cremati, niente funerali. Sì, sembra una guerra. In effetti, è una guerra.

Forse quelle persone, alla fine, avevano ragione. Il mondo sta vivendo, in effetti, la terza guerra mondiale. Questa volta, tuttavia, il nemico è piccolo, silenzioso, subdolo e il suo cavallo di battaglia più grande sembra essere proprio questo. Inoltre, è veloce, molto veloce. Arriva come se non volesse nulla, in un momento in cui “piccoli nemici”, contro i quali esistono già armi efficaci per il combattimento (vaccini), stanno facendo piccoli tentativi di attacco. Quindi, inizialmente, questo nuovo potenziale nemico passa inosservato e, quando decide di attaccare il fronte di battaglia, si è già rinforzato, ha già preso una legione con sé.

Tuttavia, c’è una grande differenza rispetto alle altre guerre. In questa, la lotta non è l’uoa contro l’altro. Né l’obiettivo è la conquista di territori, la difesa di idee o ideologie. In questa guerra, è necessario che tutti, assolutamente tutti, si uniscano contro un nemico comune. Oggi più che mai è tempo di dimenticare disaccordi, differenze, problemi che, data la situazione attuale, sembrano così insignificanti, così meschini.

La primavera ha annunciato il suo arrivo qui nell’emisfero settentrionale. In effetti, sembra arrivare in anticipo. Primavera, sole, temperature piacevoli e dobbiamo stare in casa. Questo mi ha fatto pensare a quella frase di Cecilia Meireles che dice: “Ho imparato, con le primavere, a lasciarmi tagliare per tornare intera”.

Già. Con le primavere è che dobbiamo imparare. Stare a casa significa, in un certo senso, tagliare. Tagliare dalla radice i comportamenti che, in questo momento, rappresentano un rischio per noi e, soprattutto, per gli altri, in particolare quelli che sono più fragili e deboli. Se dimentichiamo, in primavera (o anche in autunno), che le piante, i fiori, hanno bisogno di potature,col tempo si indeboliscono e smettono di fiorire. Stare a casa ora è proprio questo: dare a noi e agli altri la possibilità, se così deve essere, di, tra qualche mese, fiorire. E credetemi, se avremo la pazienza e, soprattutto, la fede, quell? abbraccio ora non dato verrà caricato con così tanto, ma così tanto affetto, così tanto amore, che questo periodo di isolamento ne sarà valso la pena.

Questo nemico silenzioso che ha fatto così tanti danni ha portato anche una grande opportunità di riflessione. Di rivedere concetti, valori, priorità. Di cercare nuove forme di interazione sociale. Più che mai, ci dà l’opportunità di metterci nei panni dell’altro. E fare delle scelte.

Ora che possiamo parlare con coloro che amiamo solo telefonicamente o su skype, forse ci dia meno fastidio che gli immigrati chiedano aiuto per mangiare e, allo stesso tempo, abbiano i telefonini cellulari.

Ora che i ristoranti sono chiusi, forse non ignoreremo più le nostre nonne come facevamo quando, pazientemente, volevano insegnarci quel delizioso piatto mentre noi, senza pazienza, non prestavamo attenzione. (Ora passiamo ore al telefono o su Internet alla ricerca di ricette)

Ora non siamo più soli in mezzo alla folla, indossando delle cuffie quando saliamo sui mezzi pubblici in modo che nessuno venga a “parlare” con noi. Al contrario, ora non vediamo l’ora che arrivi quel momento della giornata in cui andiamo sul balcone a salutare, cantare, parlare con i vicini del nostro condominio e degli edifici circostanti. Dialoghi semplici, ma con un potere incredibile di farci sorridere. Inizia con “ciao ragazze! Ciao ragazzi “, poi:” Cosa canteremo oggi?” e finisce, per esempio, come è successo ieri, con noi che faccevamo la coreografia di YMCA sul balcone, ridendo, divertendoci … “A domani!!”

Per il coronavirus non ci sono differenze, non c’è distinzione. Non esiste colore, razza, credo, classe sociale. Non importa se vivo in un palazzo o in una piccola capanna sul lato della strada. Perché sa, meglio di noi, che siamo tutti uguali. Tutti spiriti in evoluzione.

Inizialmente stavo pensando di non entrare più di tanto nella questione “spirituale”, ma,scusatemi, ho deciso di parlare. Sia chiaro, tuttavia, che ciò che “difendo” qui è il mio punto di vista, sono riflessioni  che faccio di fronte a ciò che sto vivendo e percependo.

Credo che il nostro pianeta, la Terra, un pianeta di prove ed espiazioni, stia attraversando un periodo di trasformazione. Credo che ciò che sta accadendo sia necessario per la purificazione del pianeta nel suo insieme e che, quando tutto questo sarà finito, il nostro pianeta non sarà più un luogo di sofferenza e prove, ma un pianeta di rigenerazione. Stiamo attraversando un periodo di pulizia, di depurazione, necessario affinché questa trasformazione abbia luogo. Come quando facciamo la pulizia del viso (Le donne dovrebbero sapere di cosa sto parlando: in primo luogo, dobbiamo “fare venire fuori” tutti quei piccoli puntini neri che erano nascosti. È doloroso, è noioso, diventiamo orribili. Ma è un passo necessario per tutto ciò che segue: perché avremmo potuto scegliere di truccarci semplicemente per nascondere tali imperfezioni, ma quelle sarebbero comunque rimasti lì).

Forse molti stiano a pensare (e ho persino sentito gente che faceva affermazioni di questo genere) che Dio non esiste o che, se esiste, è  uno molto crudele. Crudele perché ha permesso che questa “disgrazia” accadesse.

L’uomo, fin dai tempi più remoti, ha sempre cercato di “incolpare” qualcuno. La difficoltà di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e di accettare che, in quanto essere in evoluzione, è suscettibile di errore, è sempre stata enorme. La colpa è del vicino, è del governo, è del cambiamento climatico, è  di Dio. Non è mai sua.

Ma Dio esiste. Dio come essere onnipotente, onnipresente, onnisciente. Dio come una forza, Dio che è rappresentato da una legione di spiriti di luce. Dio come Dio, come Shiva, come Buddha. Dio come profeta, Dio … Non importa la forma, il nome. Dio che è nella natura che ci circonda, negli uccelli che cantano, nei fiori che profumano. Nella risata del bambino, nella saggezza del anziano. Bene, ma penso che mi sto allungando troppo.

Quello che voglio dire è che Dio non solo esiste ma, contrariamente a quanto è stato affermato, è buono. Così buono,  che ci ha dotato di libero arbitrio. Sì, siamo responsabili delle nostre scelte. Ciò significa, tuttavia, che paghiamo le conseguenze. Non ci stanchiamo di affermare che i buoni genitori non sono quelli che danno tutto ai loro figli, che fanno tutto per loro, che pensano che loro, “poverini”, abbiano sempre ragione. Abbiamo sempre detto che, per essere un buon padre,bisogna saper dire di no, bisogna dare delle responsabilità, insegnare a fare delle scelte, a camminare con le sue stesse gambe. I figli commetteranno errori, sì. Ma gli errori diventeranno lezioni e questo è l’unico modo in cui potranno crescere e, più avanti, chi lo sa,  forse anche diventare genitori, genitori ancora migliori di quelli che li hanno cresciuti e così via.

Dio è un padre saggio. Perché ci ha dato la libertà. Ci ha mostrato la strada e abbiamo fatto le nostre scelte. Sfortunatamente, molte di queste scelte erano sbagliate, egoistiche. Abbiamo fatto uso del mondo che ci è stato presentato come se tutto fosse eterno e rinnovabile. Abbiamo inquinato i nostri fiumi, la nostra aria, i nostri mari. Inizialmente abbiamo costruito rifugi semplicemente per proteggerci dal freddo, ma presto quello non è stato abbastanza, quindi abbiamo costruito sempre di più. Abbiamo distrutto le foreste, inquinato e deviato i fiumi, abbiamo cambiato il clima. E la natura è rimasta in silenzio.

Sai quelle persone che deglutiscono, deglutiscono, deglutiscono (le offese, le aggressioni, le sofferenze, gli abusi), fino a quando “esplodono”? Già. Sembra che esattamente questo stia succedendo al mondo. Ha deciso di reagire. E la responsabilità di tutto ciò che sta accadendo nel mondo è nostra.

È nostra responsabilità perché abbiamo fatto delle scelte sbagliate. È nostra responsabilità perché l’individualità ci è sembrata più importante della collettività (e ora che siamo costretti a rimanere soli, ci manca  esattamente quella “collettività”). È nostra responsabilità perché abbiamo chiuso i nostri cuori agli altri piuttosto che aprirli. Perché siamo stati avidi, meschini, egoisti. Perché  ci è mancata l’empatia. Perché c è mancato il rispetto. Perché ci è mancata la comprensione.

La trasformazione del nostro pianeta da un luogo di espiazione a un mondo in rigenerazione era già in programma. Quindi, qualcuno potrebbe dirmi: ma se così fosse, se la trasformazione  vedrebbe ad ogni costo, perché stai dicendo siamo noi i principali responsabili?

Il cambiamento avverrebbe sicuramente, ma sarebbe più leggero, più graduale. Esistono due modi per imparare e, di conseguenza, evolvere. Per amore o per dolore.

Si può invertire questa situazione? Forse no. Ma forse si possa alleviarla, controllarla. Come? Con l’amore. La più grande di tutte le forze: l’amore.

L’amore che si riflette nei pensieri positivi, nei mantra, nelle preghiere, nei versi dei poeti. L’amore che viene trasmesso attraverso il REIKI, l’esercizio del perdono, l’hoponopo. Ma anche l’amore rappresentato dal lavarsi le mani, l’amore che ci fa stare a casa, che ci chiede di non visitare i nostri amati genitori, zii, nonni. L’amore che rinuncia a questi incontri, in modo di poter mantenere “al sicuro” quelli che amiamo.

Non abbiamo mai avuto un esempio così concreto per comprendere che l’amore è rinuncia. Rinunciare al contatto oggi, affinché ci possa essere un domani. L’amore che si riflette nell’aiutare gli ospedali, nel bigliettino lasciato alla porta del vicino chiedendogli se ha bisogno di qualcosa. L’amore che unisce le persone di tutta la nazione.

Il pianeta ha bisogno di questo,noi ne abbiamo bisogno. Questo nostro “nemico” ha anche portato qualcosa di buono. Gran parte di ciò che è già stato detto, sentimenti di solidarietà, amore, comprensione. E piccoli cambiamenti sul pianeta. Riduzione dell’inquinamento,uccelli che tornano a cantare. In luoghi un tempo grigi, oggi vediamo le stelle nel cielo. I nostri fiori sono più belli che mai. La sensazione, quando vado sul balcone, che inizialmente era di angoscia, ora è di pace. E che la sensazione prevalente sia questa: la pace.

Quando tutto questo sarà finito (e certamente accadrà), che tutta questa esperienza non sia stata vana. Possano le cose non tornare ad essere come prima, ma che noi, esseri umani, siamo in grado di dare più valore a ciò che conta davvero. E possiamo agire con più empatia, rispetto e amore, per l’altro, per la natura e per noi stessi.

Marian de Souza

 

Uma reflexão sobre o momento atual.

19 mar

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Há tempos temos escutado falar de profecias, promessas, especulações. Gente falando sobre final dos tempos, fim do mundo, gente afirmando que o que estamos vivendo no momento atual já estava previsto nas “sagradas escrituras”.

Li afirmações que diziam que a tão temida Terceira Guerra Mundial iria acontecer. A cada notícia de conflito em Países que, infelizmente, parecem estar eternamente em guerra, a cada movimento, por exemplo, dos americanos relacionado a estes conflitos, o “frio na espinha” aumenta. Não estava me dando conta, porém, que a Terceira Guerra estava sim prestes a acontecer.

Afirmei, em uma postagem anterior, que a sensação de quem vive aqui na Italia neste momento é a de estar vivendo um período de guerra. Cidades vazias, as pessoas fechadas em casa. Antes disso, as filas nos supermercados, o desespero em fazer estoques. Prateleiras dos supermercados esvaziando, pessoas desobedecendo regras tão básicas e tão importantes como ficar em casa e evitar aglomerações, na ansiedade de “escapar” sabe-se lá para onde, de “fugir” para ficar junto aos parentes. Gestos que se, de um lado, podem até ser entendidos (mas não justificados), acabaram dando a ilusão, talvez, de uma “falsa aproximação”, afinal, levaram consigo o vírus, que se espalhou, e acabaram se distanciando, ao invés de se aproximarem.

Doentes em massa, mortes, mortes, mortes. Alpinos que chegam em Bérgamo com seus “hospitais de trincheira”. Caminhões que transportam cadáveres, parentes que são impedidos de se despedir dos seus mortos. Corpos cremados, nada de funerais. Sim, parece uma Guerra. Aliás, é uma Guerra.

Então.  Talvez aquelas pessoas, no fundo, estivessem com a razão. O Mundo está vivendo, sim, a Terceira Guerra Mundial. Desta vez, porém, o inimigo é pequeno, silencioso, sorrateiro e o seu maior cavalo de batalha parece ser justamente esse. Além disso, ele é veloz, muito veloz. Ele chega como quem não quer nada, em um momento em que “pequenos inimigos”, para os quais já esiste armas eficazes para combatimento (vacinas), estão fazendo pequenas tentativas de ataque. Assim, inicialmente, este novo inimigo em potencial passa despercebido e, quando resolve atacar a frente de batalha, já se reforçou, já levou consigo uma legião.

Existe porém uma grande diferença em relação às outras guerras. Nesta, a luta não é de uns contra os outros. Nem o objetivo é a conquista de territórios, a defesa de ideias ou ideologias. Nesta guerra, é necessario que todos, absolutamente todos, se unam contra um inimigo em comum. Mais do que nunca, é o momento de esquecermos desavenças, diferenças, problemas que, diante da situação atual, parecem tão insignificantes, tão mesquinhos.

A primavera tem anunciado a sua chegada aqui no Hemisfério Norte. Aliás, parece estar chegando antecipadamente. Primavera, sol, temperaturas agradáveis e a gente precisando ficar dentro de casa.  Isto me fez pensar naquela frase da Cecilia Meireles que diz: “Aprendi, com as primaveras, a me deixar cortar para voltar inteira”.

Pois é. Com as primaveras é que precisamos aprender. Ficar em casa é, de certa forma, cortar. Cortar pela raiz comportamentos que, neste momento, oferecem riscos para nós e,e specialmente, para os outros, em particular aqueles mais frágeis e debilitados. Se a gente esquece, na primavera (ou até no outono), que as plantas, as flores, necessitam de poda, com o passar do tempo elas enfraquecem e deixam de florescer.

Estar em casa agora é justamente isso: é dar, a nós e ao outro, a possibilidade de, se for pra ser, poder, daqui a alguns meses, florescer. E, acreditem, se tivermos paciência e, acima de tudo, fé, aquele abraço agora não dado virá carregado de tanto, mas tanto afeto, tanto amor, que terá valido a pena este período de reclusão.

Este inimigo silencioso que vem fazendo tantos estragos tem trazido também uma grande oportunidade de reflexão. De revermos conceitos, valores, prioridades. De buscarmos novas formas de convívio social. Mais do que nunca, ele nos dá a oportunidade de nos colocarmos no lugar do outro. E de fazermos escolhas.

Agora  que podemos falar com quem amamos apenas por telefone ou skype, talvez nos incomode menos o fato dos imigrantes pedirem ajuda para comer e, ao mesmo tempo, terem celulares.

Agora que os restaurantes estão fechados, talvez não ignoremos mais as nossas avós quando, pacientemente, queriam nos ensinar aquele prato tão gostoso enquanto nós, sem paciência, não prestávamos atenção. (Agora passamos horas no telefone ou na internet procurando receitas)

Agora não estamos sozinhos no meio da multidão, usando fones de ouvido quando entramos nos transportes públicos  para que ninguém venha “puxar assunto” conosco. Ao contrário, agora não vemos a hora que chegue aquele momento do dia  em que vamos até a sacada para abanar, cantar, conversar com os vizinhos do nosso condominio e dos edificios ao redor. Diálogos simples, mas com um poder incrível de nos fazer sorrir. Começa com um “oi, meninas! Oi, pessoal”!, passa por um: “O que iremos cantar hoje?” e termina, por exemplo, como aconteceu ontem, com a gente fazendo a coreografia de YMCA na sacada, rindo, se divertindo… “Até amanhã!!”

Para  o coronavirus não há diferenças, não existe distinção. Não existe cor, raça, credo, classe social. Não importa se vivo em um palácio ou em um pequeno casebre na beira da estrada. Porque ele sabe, melhor do que nós, que somos todos iguais. Todos espíritos em evolução.

Inicialmente eu estava pensando em não entrar muito nesta questão “espiritual”, mas, desculpem, resolvi falar. Que fique claro, porém, que o que aqui “defendo” é o meu ponto de vista, são reflexões que eu tenho feito diante do que tenho vivido e percebido.

Acredito que o nosso planeta, a Terra, planeta de provas e expiações, esteja passando por um período de transformação. Acredito que isto que está acontecendo se faz necessario para a depuração do planeta como um todo e que, quando tudo isto acabar, o nosso planeta não mais será um lugar de sofrimentos e provações, mas um planeta de regeneração. Estamos passando por um período de limpeza, de depuração, necessário para que ocorra esta transformação. Como quando fazemos limpeza de pele- (As mulheres devem saber bem do que estou falando: primeiro, precisamos fazer “vir à tona” todos aqueles pontinhos pretos que estavam escondidos. É dolorido, é chato, a gente fica horrível. Mas é um passo necessário para todos os seguintes. Porque podíamos ter escolhido simplesmente usar uma maquiagem que escondesse tais imperfeições. Elas, no entanto, continuariam ali).

Talvez muitos estejam pensando (e eu cheguei a escutar afirmações como esta) que Deus não existe, ou que, se existe, é muito cruel. Cruel porque tem permitido que esta “desgraça” aconteça.

O homem, desde os tempos mais remotos, sempre tentou “jogar a culpa” em alguém. A dificuldade em assumir a responsabilidade pelos próprios  atos e aceitar que, como um ser em evolução, é passivel de erro, sempre foi enorme. A culpa é do vizinho, é do governo, é das mudanças climáticas, é de Deus. Nunca é dele mesmo.

Mas Deus existe sim. Deus como um ser Onipotente, Onipresente, Onisciente. Deus como uma força, Deus que se faz re presentar por uma legião de espíritos de luz. Deus como Deus, como Shiva, como Buda. Deus como um profeta, Deus… Não importa a forma, o nome. Deus que está na natureza que nos circunda, nos pássaros que cantam, nas flores que perfumam. No riso da criança, na sabedoria dos velhos. Bom, mas acho que estou me alongando demais.

O que eu quero falar é que Deus não só existe como, ao contrário do que tem sido afirmado, ele é bom. Tão bom, que nos dotou de livre arbítrio. Sim, nós somos os responsáveis pelas nossas escolhas. Isto significa, porém, que pagamos as consequências das mesmas.

Cansamos de afirmar que os pais bons não são aqueles que dão tudo para os filhos, que fazem tudo por eles, que acham que eles, coitadinhos, estão sempre com a razão. Sempre dissemos que, para ser um bom pai, precisa dizer não, precisa dar reponsabilidades, precisa ensinar a fazer escolhas, a caminhar com as próprias pernas. Os filhos irão errar, sim. Mas erros virarão lições e é somente assim que eles poderão evoluir e, mais adiante, quem sabe, também virarem pais e serem pais ainda melhores do que aqueles que os criaram e assim successivamente.

Deus é um pai sábio. Porque ele nos deu liberdade. Ele nos mostrou o caminho e nós fizemos as nossas escolhas. Infelizmente, muitas destas escolhas foram erradas, egoístas. Fizemos uso do mundo que a nós foi presenteado como se tudo fosse eterno e renovável. Poluímos nossos rios, nosso ar, nossos mares. Inicialmente construímos abrigos simplesmente para nos protegermos do frio, mas logo aquilo não nos bastava, então construímos mais e mais e mais. Destruímos florestas, poluímos e desviamos rios, mudamos o clima. A natureza, quieta.

Sabe aquelas pessoas que vão engolindo, engolindo, engolindo (xingamentos, deboches, ofensas) , até que uma hora “explodem?”. Pois é. Parece que com o mundo está acontecendo exatamente isto. Ele resolveu reagir. E a responsabilidade de tudo aquilo que está ocorrendo no mundo é nossa sim.

É nossa responsabilidade porque fizemos escolhas erradas. É nossa responsabilidade porque a individualidade nos pareceu mais importante do que a coletividade (e agora, que somos obrigados a ficarmos sós, sentimos falta daquela “coletividade”). É nossa responsabilidade porque fechamos os corações para o próximo ao invés de abri-lo. Porque fomos gananciosos, mequinhos, egoístas. Porque faltou empatia. Porque faltou respeito. Porque faltou compreensão.

A transformação do nosso planeta de um lugar de expiação para um mundo em regeneração já estava programada. Assim, alguns poderiam me dizer: mas se era assim, que a tranformação viria de qualquer jeito, por que estás dizendo que somos nós  os principais responsáveis?

A mudança certamente aconteceria, mas seria de forma mais leve, mais gradual. Existem duas formas de se aprender e, consequentemente, de se evoluir. Pelo amor ou pela dor.

Dá para reverter este quadro? Talvez não. Mas talvez dê para amenizá-lo, controlá-lo. Como? Com amor. A maior de todas as forças: o amor.

O amor que se reflete em pensamentos positivos, em mantras, em preces, em correntes de oração.  O amor que é transmitido pelo REIKI, pelo exercício do perdão, pelo hoponopo. Mas também o amor representado pela lavagem das mãos, o amor que nos faz ficar em casa, que nos pede para não visitarmos nossos amados pais, tios, avós. O amor que renuncia a estes encontros, para que possamos  manter “a salvo” aqueles a quem amamos.

Nunca tivemos um exemplo tão concreto para entender que o amor é renúncia. Renunciar ao contato hoje, para que possa haver um amanhã. O amor que se reflete na ajuda aos hospitais, no bilhetinho deixado na porta do vizinho perguntando se ele está precisando de algo. O amor que une as pessoas de toda a Nação.

O planeta precisa disso, nós precisamos disso. Este nosso “inimigo” tem trazido também algo de bom. Muito do que já foi falado, sentimentos de solidariedade, amor, compreensão. E pequenas mudanças no planeta. Poluição diminuindo, pássaros voltando a cantar. Em lugares antes cinza, hoje vemos as estrelas no céu. Nossas flores estão lindas como nunca. A sensação, quando vou até a sacada, que inicialmente era de angústia, agora é de paz. E que o sentimento prevalente seja este: paz.

Quando tudo isto acabar (e isto certamente irá acontecer), que toda esta experiência não tenha sido em vão. Que as coisas não voltem a ser como antes, mas que nós, seres humanos, passemos a dar mais valor ao que realmente importa. E possamos agir com mais empatia, respeito e amor, pelo outro, pela natureza e por nós mesmos.

Marian de Souza

Orgoglio italiano

16 mar

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Quando penso alla mia infanzia, ricordo mio nonno (dalla parte della madre) raccontando storie sulla sua famiglia, suo padre, i suoi fratelli. Ricordo di quando mettevamo sul giradischi un vecchio LP di canzoni italiani e lui le cantava, emozionato. Io, che all’epoca ero una bambina, ricordo ancora il testo di quelle canzoni. La differenza è che oggi sarei in grado di tradurre i testi nella loro interezza, mentre, all’epoca, avevo solo una vaga nozione. Ricordo anche che egli mi ha insegnato a giocare a “briscola” e “scopa”, due giochi tradizionalmente italiani.

Mio nonno, che a proposito, è sempre stato chiamato “nonno” (così, come in italiano), è nato in Brasile. O sia, per tutti gli effetti, lui era brasiliano, non italiano. Piero Giacomo Gioani (Piero Giacomo Giovanni?). In portoghese: Pedro Jacó João. Figlio di immigranti, ha sempre portato dentro di sé la nostalgia di un posto che non aveva mai conosciuto per davvero.

Beh, forse lui non sia mai stato di persona nella sua così amata Italia, ma sicuramente ha vissuto nella mente ed nel cuore le storie raccontate dai suoi genitori, zii e, più avanti, dai suoi suoceri

Ha voluto il destino che egli trovasse una moglie che, oltre alle caratteristiche comuni agli italiani e ai figli degli italiani immigrati in Brasile, come la forza, la determinazione, il coraggio di combattere, portava nel suo nome la nostalgia che i loro genitori avevano della vecchia terra che hanno dovuto lasciare alle spalle: l’Italia. Sì, mia nonna si chiamava Italia. Anche lei nata in Brasile. Come se in un nuovo paese,fosse possibile far rinascere le cose di quel vecchio mondo così pieno di miseria e sofferenza, ma allo stesso tempo così pieno di orgoglio e solidarietà.

Faccio una pausa in questo mio “rapporto” per evidenziare una cosa: il mio nonno cantava, con lo stesso orgoglio e la stessa emozione, percepita dal luccichio dei suoi occhi, sia le canzoni popolari italiane, sia l’inno nazionale brasiliano. In altre parole, il suo cuore apparteneva al suo paese, il paese che i suoi genitori avevano scelto di emigrare e, di conseguenza, di vivere.

Non ho conosciuto la mia nonna di persona e neanche i miei bisnonni. Ho avuto, però, la fortuna di conoscere altre  persone della famiglia, ascoltare le loro storie, imparare la MIA di storia.

 Qualche anno fa è arrivato tra le nostre mani un album pieno di lettere. Lettere spedite al mio bisnonno dal suo cognato, che era rimasto in Italia. Anni di corrispondenze, una vita raccontata attraverso piccoli pezzi di carta.

In più di un periodo storico, l’Italia si è trovata in una situazione difficile, di fame, miseria, disperazione. Molti volevano migrare. Non tutti lo hanno fatto. Il mio bisnonno è stato uno di quelli che lasciarono l’Italia. Il resto della sua famiglia, tuttavia, rimase lì. (O dovrei scrivere “rimase qui”, dato che sono in Italia in questo momento?)

Era attraverso quelle lettere che lui aveva notizie degli amici e famigliari. Attraverso le lettere ha saputo dei matrimoni, nascite, morti e funerali. Attraverso le lettere ha appreso delle conquiste, delle gioie e anche dei dolori, delle sofferenze e delle miserie. (Pensare che, ai giorno d’oggi, se qualcuno impiega più di 20 minuti, mezz’ora per rispondere a un messaggio su Whatsapp, ci viene subito l’ansia!)

  Nelle lettere, nelle storie che hanno attraversato generazioni, nel luccichio degli occhi di mio nonno. In ognuno di essi, qualcosa in comune: un orgoglio, un amore per una terra lontana, per un popolo che era partito alla ricerca di nuovi orizzonti, nuovi inizi. Un popolo che ha lasciato la propria terra non perché non gli piacesse, ma perché non aveva altre possibilità. Generazioni che hanno trascorso tutta la vita coltivando un sogno: il sogno di tornare un giorno in quella vecchia terra che hanno tanto amato.

Quando mi sono trasferita in Italia, cosa che, ad essere sincera, non avrei mai immaginato potesse succedere,  la sensazione che ho avuto non era come se stessi andando in un posto strano. La sensazione che avevo, infatti, era come se stessi ” tornando a casa”. Forse la “colpa” sia delle così tante storie che ho ascoltato, o forse ho già vissuto qui in una precedente incarnazione.

Attualmente stiamo vivendo una situazione molto particolare qui in Italia. La diffusione di un virus con una velocità esorbitante di contagio ci ha costretti a rimanere chiusi a casa, evitando il contatto più stretto uno con gli altri. Le città vuote, un silenzio insolito, sembrano un scenario di film sull’apocalisse. Le generazioni più anziane commentano che questo li sta facendo ricordare i tempi di guerra, quando furono costretti a rimanere in casa. Tempo in cui i bambini non potevano uscire a giocare e il rischio dei bombardamenti li costringeva ad essere rinchiusi in cantina, dove, chi poteva, aveva fatto delle scorte di cibo che avrebbero dovuto durare abbastanza a lungo, fino a chela guerra fosse finita.

Non è facile, soprattutto per i giovani, adattarsi a questa nuova e difficile (ma temporanea) realtà. Piccoli gesti, tuttavia, stanno aiutando. Solidarietà. La ricerca di nuove forme di incontro, di approssimazione.

Sabato abbiamo fattoil nostro primo aperitivo virtuale. Grazie alla tecnologia, siamo stati in grado di riunire amici provenienti da Italia, Belgio, Svizzera e New York. Se fossimo andati al bar, non saremmo sicuramente riusciti a riunire tutti. I moment più emozionanti, tuttavia, sono altri.

Persone che comunicano dai balconi. Tutti insieme, facendo un applauso gigantesco, unendo un ‘intero paese. Ognuno dalla sua finestra, accendendo lanterne e illuminando un paese. Vicini cantando insieme delle  canzoni, bigliettini  di persone che si offrono di portare a casa dei più anziani o più bisognosi cibo, medicine, e cos’altro potrebbero aver bisogno. Giovani che aiutano gli anziani che non sono pratici di Internet. E, una cosa bellissima da vedere: le amicizie che nascono attraverso le gride dai balconi. Amicizie completamente disinteressate. Dove non si vedono i volti ma si sentono solo  le voci. Voci piene di speranza, solidarietà, unità. Manifestazioni che dimostrano che qualsiasi ostacolo può essere superato e che tutto diventa più facile quando non siamo soli.

Vivendo tutto ciò, sentendolo letteralmente “nella pelle”, me ne sono accorta del quanto, oltre ad essere orgogliosa di essere brasiliana, sono anche orgogliosa ( e molto) di essere italiana. E oggi posso capire  ancora di più quell’orgoglio che i miei, i nostri antenati erano così desiderosi di farci capire.

Marian de Souza

Milano, 16 marzo, 2020.

Orgulho italiano

16 mar

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Quando penso na minha infância, lembro do meu avô (por parte de mãe) contando histórias sobre a sua família, seu pai, seus irmãos. Lembro de quando colocávamos no tocadiscos um velho lp de canções Italianas e ele as cantava, emocionado. Eu, que na época era criança, lembro até hoje das letras daquelas canções. A diferença é  que  hoje seria capaz de traduzir os textos por inteiro, enquanto que, na época, tinha apenas uma vaga noção. Lembro também dele me ensinando a jogar “briscola” e “escova”, dois jogos tradicionalmente Italianos.

Meu avô, que, aliás, sempre chamamos “nonno”, nasceu no Brasil. Ou seja, para todos os efeitos, ele era brasileiro, não Italiano. Piero Giacomo Gioani (Piero Giacomo Giovanni?). Pedro Jacó João. Filho de imigrantes, ele sempre carregou consigo a nostalgia de um lugar que nunca chegou a conhecer.

Bom, talvez ele nunca tenha estado na sua tão amada Itália pessoalmente, mas certamente vivenciava na mente e no coração as histórias contadas pelos pais, tios e, mais tarde, seus sogros.

Quis o destino que ele encontrasse uma esposa que, mais do que as características tão comuns aos Italianos e filhos de Italianos que imigraram no Brasil, como a força, a garra, a coragem de lutar, carregava no próprio nome a saudade que seus pais tinham da velha terra que precisaram deixar para trás: a Itália.

Sim, minha “nonna” se chamava Itália. Ela também, nascida no Brasil. Como se dentro de um novo País, fosse possível fazer renascer coisas daquele velho mundo tão cheio de miséria e sofrimento, mas ao mesmo tempo tão cheio de orgulho e solidariedade.

Faço uma pausa neste meu “relato” para salientar uma coisa: meu nonno cantava, com o mesmo orgulho e a mesma emoção, percebida no brilho dos seus olhos, tanto as canções populares Italianas, quanto o Hino Nacional Brasileiro. Ou seja, seu coração pertencia, sim, ao seu País, ao País que seus pais escolheram para migrar e, consequentemente, para viver.

Não conheci a minha nonna pessoalmente, nem meus bisavós. Tive, no entanto,o privilégio de conhecer outras pessoas da família, escutar suas histórias, aprender a MINHA história.

Há alguns anos, chegou em nossas mãos um álbum replete de cartas. Cartas enviadas ao meu bisavô pelo seu cunhado, que tinha permanecido na Itália. Anos de correspondência, uma vida contada através do papel.

Em mais de um período na História, a Itália se encontrou em uma situação difícil, de fome, miséria, desespero. Muitos queriam migrar. Nem todos conseguiram. Meu bisavô foi um dos que saiu da Itália. O resto da sua família, no entanto, ficou por lá. (Ou eu deveria escrever “ficou por aqui”, já que neste momento estou na Itália?)

Era pelas cartas que ele tinha notícias dos amigos e familiares. Pelas cartas, soubera de casamentos, nascimentos, mortes e funerais. Pelas cartas, soube das conquistas, das alegrias, e também das tristezas, dores e misérias. (Pensar que, nos dias de hoje, se alguém demora mais do que 20 minutos, meia hora para responder a uma nossa mensagem no Whatsapp, já começamos a ficar ansiosos!)

Nas cartas, nas histórias que ultrapassaram gerações, no brilho dos olhos do meu avô (nonno). Em cada um deles, algo em comum: um orgulho, um amor por uma terra distante, por um povo que partira em busca de novos horizontes, novos recomeços. Um povo que deixou a sua terra não por não gostar dela, mas por falta de opção. Gerações que passaram a vida toda alimentando um sonho: o sonho de, um dia, regressarem àquela velha terra que tanto amavam.

Quando me transferi aqui pra Itália, coisa que, sinceramente, eu nunca tinha imaginado fosse acontecer, a sensação que tive não foi a de estar indo para um lugar estranho. A sensação que tive, na verdade, foi de estar “voltando pra casa”. Talvez a “culpa” seja das tantas histórias que ouvi, ou talvez em encarnação precedente eu tenha já vivido por aqui.

Estamos, neste momento, vivendo aqui na Itália uma situação muito particular. A difusão de um vírus com uma velocidade de contágio exorbitante nos obrigou a ficarmos fechados em casa, evitando o contato mais próximo uns com os outros. As cidades vazias, um silêncio fora do comum, um cenário de filmes sobre o apocalipse. As gerações mais antigas comentam que se lembram dos tempos de guerra, de quando eram obrigados a ficarem fechados em casa. Época em que as crianças não podiam sair para brincar e o risco dos bombardamentos os obrigavam a ficarem trancados na cantina, onde, quem podia, tinha estoques de comida que deveriam durar o tempo suficiente, até a guerra acabar.

Não está sendo fácil, specialmente para os mais jovens, se adaptar a esta nova e difícil (porém temporânea) realidade. Pequenos gestos, no entanto, têm ajudado. A solidariedade. A busca por novas formas de encontro, de aproximação.

Sábado fizemos o nosso primeiro Happy Hour virtual. Graças à tecnologia, pudemos reunir amigos da Itália, Bélgica, Suíça e New York. Se tivéssemos ido ao bar, certamente não teríamos conseguido reunir todos.

Os momentos mais emocionantes, no entanto, têm sido outros.

As pessoas se comunicando das sacadas. Todos juntos, fazendo um aplauso gigantesco, que toma conta de todo o País. Cada um da sua janela, acendendo lanternas e illuminando um País. Vizinhos entonando canções, bilhetes de pessoas se oferecendo para levar até a casa dos mais necessitados comidas, remédios, e o que mais eles possam precisar. Jovens ajudando idosos que não são práticos de internet. E,  uma coisa linda de se ver: amizades nascendo através de gritos das sacadas. Amizades completamente desinteressadas. Onde não se enxergam rostos, apenas se escutam vozes. Vozes repletas de esperança, solidariedade, união. Manifestações que demonstram que qualquer obstáculo é passivel de ser superado e que tudo se torna mais fácil quando não estamos sós.

Vivendo tudo isso, sentindo tudo isso literalmente “na pele”, me dei conta do quanto, além de me orgulhar por ser brasileira, eu também me orgulhe, e muito, de ser Itáliana. E hoje eu consigo entender ainda mais aquele orgulho que os meus, os nossos antepassados fizeram tanta questão de nos fazer entender.

Marian Festugato de Souza

Milão, 16 de março de 2020

Para a minha mãe! AMAR É…

5 jan

Amar é…

-grávida, viajar quilômetros e quilômetros para que a filha nasça na alegria e não em um vale de lágrimas;

-deixar o armário da copa todo marcado, porque ali tinha colado o calendário com o horário da medição da filha que, com um problema que na época chamavam “disritmia”, precisava tomar, todos os dias, o chamado Gardenal;

-fazer de tudo para que a filha cresça saudável, sem anemia (aos três meses precisou fazer transfusão) e sem hipotonia (primeiro fisioterapia, depois ballet, depois natação);

-ir almoçar em casa todos os dias, só para estar aquela horinha (12-13) junto com a filha;

-deixar que a filha a acompanhe no trabalho de vez em quando;

-contar (e criar) histórias para a filha dormir;

-cantar para a filha dormir;

-deixar que a filha vá dormir na sua cama, porque no quarto dela, atrás,da cortina, tem uma bruxa;

-todas as noites, junto com a filha, fazer uma oração antes de dormir;

-inscrever a filha (quando criança) em um curso de teatro para ela vencer a timidez;

-fazer aula de teatro junto com a filha (na adolescência);

-deixar a filha brincar com suas roupas, maquiagens e vestidos (inclusive o de noiva);

-ser amiga e confidente das amigas da filha;

-ser chamada de “tia” pelos amigos da filha;

-levantar de madrugada pra bater papo com a gurizada na volta das festas;

-ajudar a filha com as tarefas da escola, especialmente quando esta entra em pânico. (Artes, principalmente);

-ano após ano, organizar cada detalhe do aniversário da filha, dos convites à decoração, passando pelas lembrancinhas;

-seguir surpreendendo nos aniversários, mesmo depois da filha “grande”;

-viajar para Porto Alegre todo final de semana pra irem no Centro Espírita;

-viajar pra praia com o carro cheio de crianças;

-acompanhar a filha e os sobrinhos em um show de rock porque eles não têm idade pra entrar sozinhos;

-praticamente “obrigar” a filha de 14 anos a ir na “boate”, em uma festa do colégio, pra gurizada da sua idade;

-levar a filha junto em jantares, festas, casamentos, viagens;

-virar escoteira depois dos 40 e apresentar a filha ao Movimento;

-viajar com a filha e mais um monte de gurizada pra Chapada Diamantina;

-ser a “mãe acompanhante” para que a turma da filha possa fazer a viagem de final de ano;

-fazer um cruzeiro pelo Caribe e levar a filha junto;

-viajar pro Chile e pra Argentina com um grupo da escola em que trabalha e levar junto a cunhada, a filha e a melhor amiga da filha. Detalhe: por pouco a amiga da filha não consegue embarcar!

-ser amiga, conselheira e confidente da filha;

-dar liberdade à filha para fazer as próprias escolhas e confiar nela incondicionalmente;

-ver a filha embarcar sozinha para o Canadá depois que a amiga desistiu da viagem e, mesmo de coração apertado, a deixar partir;

-não ficar chateada quando a filha, para lhe acompanhar em um Congresso na Itália, convida seu tio e não ela;

-ver a filha se mudar para a Itália e ficar feliz porque sabe que ela foi motivada pelo amor;

-viajar, ano sim, ano não, mais de 10mil quilômetros, só para estar alguns dias junto com a filha;

-festejar seus 70 anos com a filha na Itália, mas depois fazer outra festa no Brasil, para que os outros também pudessem comemorar;

-acreditar na bondade do mundo e ajudar à todos, inclusive sendo passada para trás;

-se emocionar com a felicidade do outro e ficar feliz com pequenas coisas;

-acreditar nas forças da natureza, nos sons da floresta, na imensidão do mar;

-celebrar o casamento indígena da própria filha;

-aceitar que na bênção religiosa da filha as “mães” sejam três e não apenas ela;

-afirmar que tantas vezes aprende comigo, quando na verdade sou eu quem aprendo com ela;

-chegar aos 75 e seguir amando a vida como uma criança de 5, ou menos ainda. Como alguém que tem muito ainda para explorar e para descobrir;

Enfim, amar é ser exemplo de amor. A lista de coisas e modos com que a minha mãe me ensinou o que é amar é imensa. Falta muita coisa ainda! Que privilégio uma mãe assim!
Obrigada mãezinha… por tudo!

 

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Relatos de uma vida: Agradecimentos

8 abr

Não podia concluir estes relatos/textos, mistura de fantasia e realidade, sem agradecer. Então, aí vai:

Agradecimentos

Escrever, para mim, sempre foi como uma terapia, antes mesmo que eu me desse conta, talvez, antes mesmo que eu mesma aprendesse a escrever. Textos e rascunhos espalhados por tudo, em velhas agendas, em disquetes que não funcionam mais, em cadernos rasgados perdidos por aí, em bilhetes que sabe-se lá onde foram parar.
Sendo este um livro (ou uma espécie de livro), eu deveria agradecer especialmente àqueles que sempre me incentivaram, minha família, meus professores, minhas amigas, enfim. E à todos eles eu digo, sim, muito obrigada, e não cito nomes, para não correr o risco de deixar alguém de fora.
Agradeço também aos meus pacientes, de ontem, de hoje e de amanhã. Sendo eu uma pessoa para quem o tempo é algo extremamente relativo, me autorizo a agradecer, também, por coisas ainda vindouras.
Acima de tudo, porém, agradeço à Deus, e à todos os espíritos de luz que me circundam, encarnados e desencarnados. Agradeço a cada ser que passou pela minha vida, tantas vezes de forma despercebida, numa simples troca de olhares, num bate-papo teoricamente sem sentido na parada de ônibus, enfim. Porque, afinal, tudo é interligado, e até aquela conversa meio sem sentido teve o seu porquê.
Agradeço, especialmente, por tantos privilégios que me foram concedidos. Por, em uma existência onde vejo tantos espíritos sofredores, a minha dor, quando aparece, ser sempre tão pequena e insignificante. Agradeço por este meu modo otimista de ser e por a vida ter me ensinado a encará-la de forma leve e feliz.
Agradeço pelos momentos de dificuldade e pelo modo como estas aparecem na minha vida, geralmente acompanhadas de coisas positivas. Ou talvez seja simplesmente o meu jeito de enxergar, mas não importa.
Bem, acho que é isto. Espero que tenham gostado desta leitura, uma história meio autobiográfica, meio imaginária, onde a linha que separa estes dois mundos é tão sutil que eles se confundem, se unem, se misturam.

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Relatos de uma vida (Parte 16: Considerações finais, ou: mas tem que ter um final?)

8 abr

Duas são as coisas mais difíceis quando se escreve uma história: escolher um título e elaborar um final. Em se tratando de um livro como este, onde real e imaginário se misturam, onde a personagem, encarando uma terceira pessoa, faz também as vezes de narrador, uma obra onde vida e morte, início e fim estão intimamente ligadas, esta missão é ainda mais complicada.
Sim, a vida é eterna, mas é dividida em etapas, em existências, assim como um livro é dividido em capítulos. Por que o fazemos? Especialmente, para melhor entendimento, para melhor compreensão. Ops… mas isto se refere à vida ou ao livro?
Aos dois! Deste ponto de vista, a diferença é que em um livro chega o momento em que precisamos necessariamente colocar um ponto final. Porque um livro pode ser eterno na medida em que passa de mão em mão, atravessando gerações, mas a história que conta, como toda boa história que se preza, precisa de personagens, de um bom enredo e de um início, um meio e um final. E a vida?
Enquanto espíritos encarnados, especialmente se acreditamos na existência de um “Bem Maior”, e na continuidade da vida, o fato de não termos lembranças de vidas anteriores, pode nos fazer pensar em cada existência como um novo livro, onde os capítulos, de acordo com as nossas escolhas, podem ser divididos em anos, momentos, fases. No entanto, ao reingressarmos ao Mundo Espiritual, nos damos conta de que, na verdade, o Livro não apenas é único, com cada existência correspondendo a um capítulo, mas, acima de tudo, que ele é apenas um pequeno volume na Grande Coleção do criador.
E a nossa história, como irá terminar? Ninguém conhece exatamente o final, mas todos sabem que, visto a inexistência do acaso, acontecerá exatamente o que tem que acontecer e, diante de tudo isto, fica a certeza de que a felicidade poder ser construída e conquistada dia após dia, e que a vida vale muito, muito a pena ser vivida!

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Relatos de uma vida (Parte 15: Saudades)

16 mar

Capítulo XV: Saudade

Pensando a respeito de pessoas, fatos e histórias, ela questionava: “A gente pode sentir saudades do que não viveu”? E afinal, quem disse que o real é mesmo real? Quem garante que os sonhos não são a realidade, e a realidade não passa de um grande sonho? TUDO é real, pois é tudo percebido, vivido ,sentido. Quando “embarcamos” no mundo dos sonhos, seja através do sono, seja através do nosso pensamento, aquele passa a ser real. E a sensação que temos ao acordar de ter vivido aqueles momentos?
E, de repente, de tanto ouvirmos histórias, de tanto nos contarem coisas interessantes, é como se a gente “introjetasse” tais informações e passássemos a nos sentirmos, nos comportarmos de acordo com isto. Quase um mecanismo de identificação projetiva! Mas não é só isso.
Embora não se desse conta (pelo menos não de modo consciente), ela seguia buscando, especialmente durante os momentos em que seu corpo carnal descansava, orientações a respeito da vida, da sua caminhada, das coisas passadas e das coisas vindouras. E, na medida em que crescia, sentia ainda mais forte a presença de espíritos afins os quais, na presente encarnação, não havia sequer encontrado. Como pode isto? Seria obra da sua fértil imaginação? Também. Mas até esta tem uma razão de ser.
Os espíritos familiares ou “espíritos afins”, são espíritos que estão unidos através da energia que emanam, da vibração, das ondas eletromagnéticas do Universo. Vocês já pararam para pensar na razão pela qual, em um universo imenso, com milhões, bilhões, trilhões de pessoas, se aproximam de nós “exatamente” estas? E as afinidades (e semelhanças) com alguns espíritos já desecarnados, como se explica?
Ora, acontece que não é desta vida que existem tais afinidades! Se nesta encarnação temos a vívida impressão de termos “vivido” algo que não vivemos, é porque este encontro já ocorrera. Em outros tempos, em outra dimensão, mas sim, ocorrera sim! E quando a gente se refere à amigas como irmãs de alma, não imagina o quanto é verdadeira tal afirmação!
E eis que, um dia, pensando sobre isto, ela faz a seguinte reflexão:

A gente se dá conta da inexistência do tempo quando passa a sentir saudades de momentos que, em teoria, “jamais vivemos”, de pessoas que “nesta vida” jamais conhecemos. Inicialmente pode parecer estranho, mas depois entendemos que isto ocorre porque esta vida não é a única, ou melhor, únicos somos nós, mas as vidas, são muitas, e os encontros e desencontros acontecem por alguma razão. Confuso? Tento me expressar melhor: sentir saudades de alquém que partiu antes da gente nascer, nada tem de estranho. Porque mesmo que não tenhamos plena consciência disto, um dia, este encontro aconteceu. Por essas e outras que lembro e penso sempre em vocês, Renan de Souza e Itália Cassina Festugato!

De repente ela vai se dando conta que os encontros no Mundo Espiritual, à medida em que o tempo vai passando, se tornam cada vez mais mágicos e alegres. Algumas vezes, ela também toma parte, obviamente, com a devida autorização.

Em um dia de outubro, uma comemoração. E hoje o céu está em festa! Dizem que, para nossos pais, nós jamais deixamos de ser criança. Já posso imaginar a vó Eleonora preparando aqueles doces lindos e caprichados, riquíssimos de detalhes: gatinhos, cachorrinhos menino e menina, etc. E os salgadinhos? Ah, aqueles croquetes redondinhos, com embaixo um pedacinho de pepino pra enfeitar e os pastéis. Para dividir um pouco a tarefa, a torta quem fez foi a nona Itália. Enquanto isto, o vô Vercedino e o nono Piereto jogam uma partida de escova. E o aniversariante? Bem, ele está lá, em oração. Recebendo todos os bons pensamentos, as boas energias e vibrações de tantos espíritos que o querem bem, encarnados e desencarnados. Lembrando obviamente que, estando no mundo espiritual, docinhos e sagadinhos, assim como todo o resto, são “plasmados”, e os ingredientes são pura energia e amor. Então, feliz aniversário pai querido!

O que a nossa personagem não sabia é que a hora da festa seria também um momento de bate-papos e reencontros.
Pouco a pouco os convidados iam chegado. A grande maioria familiares, ou melhor, espíritos que, na última existência terrena, haviam dividido momentos e vivências.
A data havia sido programada há tempos e era esperada com ansiedade por muitos. Não importava muito quem era o celebrado (no caso, o espírito que, encarnado, desempenhara o papel de pai da nossa personagem). O mais importante era a oportunidade que estava sendo oferecida à todos.
Oportunidade? Sim, oportunidade, acima de tudo, de reencontros!
Muitas vezes, acreditando na existência de um Mundo Espiritual, tendemos (e queremos) acreditar que, necessariamente, logo após o desencarne, o espírito passa imediatamente a “viver” junto com aqueles com quem havia convivido durante o período em que esteve encarnado. Assim, pais reencontrariam filhos, famílias seguiriam reunidas, sem nenhum tipo de mudança. Mas, na verdade, nem sempre as coisas são assim.
Particularidades, individualidades, personalidades, diferenças, devem ser consideradas e respeitadas. Carmas, escolhas, missões. Vidas diferentes, papéis diferentes, e também desencarnes que se deram de forma diferente.
O desencarne é um processo individual e, embora ponha um “fim” à todo sofrimento carnal, inicialmente o espírito, apegado às questões terrenas, ainda sente, sofre, pensa e se comporta como um encarnado. Assim sendo, precisa ser curado, muitas vezes hospitalizado, enfim, ajudado. E, ao menos que fosse um Grande Hospital Geral, seria meio estranho colocarem num mesmo quarto, por exemplo, um enfartado e um doente de câncer, por exemplo.
A cada um, a cura ideal, no lugar ideal. Para isto, existem as colônias-hospitais. Obviamente, durante o período em que estão sendo curados/cuidados, recebem sim a visita dos espíritos que lhes são caros, os quais ajudam a orientá-los e confortá-los. Sim, eles estavam lá no momento do desencarne, para recebê-los, abraçá-los e seguirem, então, as suas tarefas.
Durante o período de tratamento, cuja duração é complicada de ser estabelecida, mesmo porque a percepção do tempo é completamente diversa no Mundo Espiritual, existem momentos nos quais sair do lugar onde estão e ir para outras Pátrias espirituais, é justo e inclusive terapêutico.
São diversas as ocasiões nas quais os espíritos afins, mesmo que no momento frenquentando escolas, hospitais, colonias diferentes, acabam por se reunir. Isto pode ocorrer em datas particulares, como Natal, Finados, Páscoa, etc, mas também em datas não necessariamente marcadas por algo em particular. Voltemos então à nossa história.
Como dito anteriormente, aquele seria um momento de encontros, reencontros, alegrias e muita, muita emoção.
O “aniversariante” do dia, que na Terra recebera o nome de Renan, esperava os convidados junto a seus queridos pais e sogros, tendo ao seu lado um querido sobrinho que, por ser extremamente sensível e frágil, acabou, na existência terrena, envolvido por espíritos menos evoluídos, cometendo suicídio. O seu processo de recuperação ainda seria muito longo mas, devido ao seu sincero arrependimento e ao grande amor que sua família nutria, pudera, naquele dia, estar presente na festa.
E assim, aos poucos, as pessoas, ou melhor, os demais espíritos iam chegando, amigos de infância, de longa data, parentes, pessoas a quem ajudara, enfim. Os cunhados, Chico e Waldyr, com os quais iria bater longos papos e a visita tão esperada da querida cunhada Mary, da qual a sua amada filha Marian iria herdar tantas coisas. Como sempre, ela se apresentara extremamente elegante e dona de uma simplicidade e gentileza que lhe são peculiares. E tinha também uma outra convidada muito especial: aquela que, na Terra, fora a mãe de um espírito de muita luz, que iria encontrar, a um oceano de distância, seu espírito afim. Um ao lado do outro, os espíritos Renan e Bice iriam observar, do Mundo Espiritual, o lindo encontro daquelas almas, tão distantes e ao mesmo tempo tão próximas: Marian e Stefano.
Eis que voltamos a falar na nossa personagem principal. Falando nela, não apenas ela, mas muitos outros espíritos encarnados também apareceram na festa. Obviamente, tiveram que aproveitar o momento em que seus corpos, no plano terreno, estavam adormecidos. E, ao retornarem, para que pudessem seguir no cumprimento de suas missões, foram envolvidos no manto do esquecimento. (Embora uma vaga lembrança e, mais do que isto, uma forte sensação de conforto e paz permaneceria).

Quem disse que Milao é cinza???