I Mandala

19 maio

Ho deciso di riprendere il mio vecchio libro di colorare i Mandala. Era passato tanto tempo dall’ultima volta che avevo dipinto uno di quei mandala!

Il mandala rappresenta l’armonia dell’Universo. Rappresenta un cerchio completo, un’immagine di perfezione.

La natura è piena di mandala. Basta saper osservare. Ad esempio il sole. Il grande re stellare, un cerchio perfetto. Un mandala perfetto. I fiori. La frutta, la verdura …

Disegnare i mandala, costruirli, sulla sabbia, con delle conchiglie, con delle pietre, con qualsiasi materiale si possa avere a portata di mano, o semplicemente dipingerli,colorarli, è un lavoro che richiede tempo, pazienza e dedizione. Inoltre, se vogliamo approfondire questa riflessione, creare mandala è far emergere il nostro inconscio, è proiettare aspetti profondi del nostro essere su quella figura, è come spogliarsi, è un processo che richiede più da noi di quanto possiamo percepire. E la cosa più interessante è che tutto ciò accade (o sembra accadere) in un modo leggero, spontaneo e senza pretese.

Oggi ho deciso di colorare uno di quei mandala del libro. Forse il fatto che non siano stati disegnati da me renda questo “lavoro” un po’meno terapeutico. O forse no. Forse colorare un mandala così,quando ne hai voglia, con calma, pazienza, concentrazione, senza doversi giustificare, senza fretta, è proprio quello che ha di più terapeutico in tutto ciò. Perché lì, non abbiamo resistenze, non abbiamo limiti, non abbiamo regole. Dobbiamo semplicemente lasciar scorrere.

Una cosa interessante che mi ha fatto pensare è che, all’inizio del libro, scrivono un po’ sull’origine dei mandala, i loro benefici per la psiche, ecc, ecc. e, ad un certo momento, “suggeriscono” di colorare i mandala andando dai bordi al centro. Bene, sono solo io a fare di questo suggerimento un motivo di riflessione?

Se i mandala rappresentano l’unità, l’equilibrio, l’armonia del TUTTO, la totalità, allora,nel momento in cui li coloro, proietto su di essi cose del mio essere. Posso quindi dire che sono lì rappresentata, giusto? Ora, pensando a una triade perfetta, potrei pensare chelì ci sono … chi lo sa? Id, Ego e Superego? Cosciente, preconscio e inconscio? Spirito, perispirito e corpo? Corpo, mente e anima / spirito? Potrei passare ore e ore a vagare su questo tema. La mia domanda, tuttavia, si riferisce a qualcos’altro.

Iniziare dai bordi. Perché? Perché le cose più profonde, più interne, più intime, devono essere protette dalla “carcassa” dell’ego, della coscienza? Perché, come ci è stato insegnato durante l’infanzia, se il cibo è troppo caldo, dobbiamo iniziare a mangiare dai bordi, in modo che il resto del cibo possa raffreddarsi? Perché il “centro” del mandala è il NOSTRO centro e ha bisogno di una buona struttura esterna perché possa essere rivelato?

Non penso che sarei qui a pormi tutte queste domande se, come indicato nel libro, dipingessi i miei mandala esattamente così, seguendo questa semplice regola. Il fatto è che, da quando ho comprato questo libro, ho dipinto 27 mandala. E ogni volta, senza eccezione, li ho colorati dall’interno verso l’esterno.

Forse per me colorare i mandala non sia così collegato a girarsi verso l’interno a poco a poco. Forse, per me, abbia a che fare con “sbocciare”. Mi viene in mente l’immagine di alcuni fiori che abbiamo piantato nei vasi sul nostro balcone. Fiori che sbocciano ogni giorno. Sono fiori che si aprono all’alba e si chiudono a fine giornata.

Forse colorare i mandala “dall’esterno verso l’interno” sia un modo di partire dall’espansione e arrivare all’introspezione. Forse sia un modo per concentrarsi. Un modo per calmare i pensieri e il cuore. Bene, se è così, forse sono già abbastanza introspettiva e per me serva esattamente il contrario: un esercizio di espansione!

Forse il mio spirito mi stia chiedendo di prestare maggiore attenzione su di sè. Forse il mio nucleo, la mia anima, stia cercando di mostrarmi quale dovrebbe essere la mia priorità d’azione.

Se la “regola” per dipingere, cioè costruire un mandala è andare dall’esterno verso l’interno, fare il contrario è mostrare che forse, in alcuni momenti, è necessaria una decostruzione. La decostruzione, a mio avviso, è diversa dalla distruzione. La distruzione mi dà un’idea di qualcosa che finisce nel nulla. La guerra distrugge. Perché il poco che ne rimane è praticamente nulla. Una decostruzione, al contrario, può dare origine a una nuova costruzione. Decostruire è rompere dogmi, paradigmi, rompere paure e resistenze, è lasciar fluire. De(costruire) è come (s)coprire. È  sollevare il mantello, guardare sotto il velo. È sbocciarsi , è un risvegliarsi. E questo risveglio può essere un risveglio interiore.

Forse il fatto qui sia esattamente questo. Iniziare “dall’interno” forse significhi esattamente focalizzare il mio sguardo sul più intimo, il più profondo del mio essere. Forse sia permettermi di sbocciare, di svolgermi lentamente, dall’interno verso l’esterno. Forse rivele una caratteristica che molti dicono mi sia peculiare: il fatto che non indosso maschere. Che mi rivelo, mi mostro, in tutto, specialmente nello sguardo. Che in tutto ciò che faccio, lascio un po’ di me stessa. Quello che non dimostro, scrivo. Se questa è una buona cosa oppure no, non viene al caso in questo momento.

Il punto qui è che forse, invece di “cominciare a mangiare per i bordi”, io preferisca andare dritto nel profondo, indipendentemente dal fatto che mi bruci o meno. Sono un libro aperto, forse sono più anima che corpo. Sono trasparente, sono un cristallo che riflette la luce del sole. Sono qualcuno alla ricerca di evoluzione. Anzi,forse ultimamente mi stia dedicando poco alla mia camminata spirituale.

Forse aver ripreso proprio oggi questo libro da colorare i mandala,sia stato un segno, un’ispirazione, un’intuizione. Forse il “iniziare dal centro”, o “dall’interno”, sia un messaggio dal mondo spirituale per me perché io “torni a guardare dentro”. Perché è lì, nel “mio” centro, che si trovano le risposte a tutti i miei dubbi.

Marian de Souza

Ah, un addendum: mi sono resa conto, sempre guardando quel libro, che avrei dovuto mettere la data in cui ho colorato ogni mandala. Perché credo che il modo in cui li ho dipinti, i colori che ho usato, rivelano molto sul mio stato d’animo, il mio spirito, quello che stavo vivendo in quel momento, ecc … Peccato che non hanno la data! (In quello di oggi, l’ho messa!).

Un’ultima cosa: il libro è del 2015. Cioè, i primi mandala sono stati colorati da me 5 anni fa!

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Mandalas

19 maio

Resolvi pegar o meu velho livro de Mandalas para colorir. Fazia tanto tempo que eu não pintava uma daquelas mandalas!

A mandala representa a harmonia do Universo. Representa um círculo completo, imagem da perfeição.

A natureza é repleta de mandalas. Basta sabermos observar. Por exemplo, o sol. O grande astro rei, um círculo perfeito. Uma mandala perfeita. As flores. Frutas, verduras…

Desenhar mandalas, construí-las, na areia, com conchas, com pedras, com qualquer material que se possa ter à disposição, ou simplesmente pintá-las, é um trabalho que exige tempo, paciencia e dedicação. Além disso, se quisermos ir mais profundo nesta reflexão, fazer mandalas é deixar aflorar o nosso inconsciente, é projetar na tela aspectos profundos do nosso ser, é como nos desnudarmos, é um processo que exige de nós mais do que podemos perceber. E o mais interessante, é que tudo isso se dá (ou parece se dar) de uma forma leve, espontânea, despretenciosa.

Hoje resolvi colorir uma daquelas mandalas do livro. Talvez o fato que elas não tenham sido desenhadas por mim torne este “trabalho” um pouco menos terapêutico. Ou talvez não. Talvez colorir uma mandala assim, quando dá vontade, com calma, paciência, concentração, sem cobranças, sem pressa, seja justamente o que há de mais terapêutico nisso tudo. Porque ali, não temos resistências, não temos limites, não temos regras. Temos simplesmente que deixar fluir.

Uma coisa interessante e que me fez pensar é que, no início do livro, eles escrevem um pouco sobre a origem das mandalas, seus benefícios sob a psique, etc, etc, etc e, em um certo momento, “sugerem” colorir as mandalas indo das bordas para o centro. Bom, sou só eu que faço desta sugestão um motivo de reflexão?

Se as mandalas representam a unidade, o equilíbrio, a harmonia do TODO, então, no momento em que eu, ao colori-las, projeto coisas do meu ser. Posso então afirmar que eu estou ali representada, justo?  Agora, pensando em uma tríade perfeita, eu poderia pensar que ali estao… quem sabe? Id, Ego e Superego? Consciente, pre-consciente e incosciente? Espírito, perispirito e corpo? Corpo, mente e alma/espírito? Eu poderia passar horas e horas divagando sobre esta questão. O meu questionamento, no entanto, se refere a outra coisa.

Iniciar pelas bordas. Por quê? Porque as coisas mais profundas, mais internas, mais íntimas, precisam estar protegidas pela “carcaça” do ego, da consciência? Porque, como nos ensinaram na infância, se a comida está muito quente, devemos começar a comer pelas bordas, para que dê tempo do resto esfriar? Porque o “meio” da mandala é o NOSSO centro e ele precisa de uma boa estrutura externa para poder ser revelado?

Acho que eu não estaria fazendo todas estas perguntas se, como dito no livro, pintasse as minhas mandalas exatamente assim, seguindo esta simples regra. Acontece que, desde que eu comprei este livro, eu já pintei 27 mandalas. E todas as vezes, sem exceção, eu as colori de dentro para fora.

Talvez para mim colorir mandalas não esteja tão ligado a voltar-se aos poucos para o interior. Talvez, para mim, tenha a ver com desabrochar. Me vem na cabeça a imagem de algumas flores que temos plantadas nos vasos da nossa sacada. Flores que desabrocham todos os dias. São flores que se abrem com o nascer do sol e se fecham ao findar o dia.

Talvez colorir as mandalas “de fora para dentro” seja uma maneira de partir da expansão e chegar à introspecção. Talvez seja uma maneira para centrar-se. Uma forma para acalmar os pensamentos e o coração. Bom, se é assim, talvez eu já seja suficientemente introsepectiva e para mim sirva justamente o oposto: um exercício de expansão!

Talvez meu espírito esteja pedindo que eu lhe dê mais atenção. Talvez meu âmago, minha alma, esteja tentando me mostrar qual deve ser a minha prioridade de ação.

Se a “regra” para pintar, ou seja, construir uma mandala é partir de fora para dentro, fazer ao contrário é mostrar que talvez, em alguns momentos, seja necessária uma des-construção. Desconstrução, a meu ver, é diferente de destruição. Destruição me dá uma ideia de algo que acaba em nada. A Guerra destrói. Porque o pouco que “sobra” dela, é praticamente nada. Uma desconstrução, ao contrário, pode originar uma nova construção. Desconstruir é romper dogmas, paradigmas, romper medos e resistências, é deixar fluir. (Des)construir é como (des)cobrir. É levantar o manto, olhar por baixo do véu. É desa(brochar), é despertar. E este despertar, pode ser um despertar para dentro.

Talvez o fator aqui seja exatamente este. Começar “de dentro”, talvez signifique exatamente concentrar o meu olhar no mais íntimo, no mais profundo do meu ser. Talvez seja me permitir desabrochar aos poucos, de dentro para fora. Talvez revele uma característica que muitos dizem me seja pecular: o fato de que eu não uso máscaras.  Que me revelo, me mostro, em tudo, especialmente no olhar. Que em tudo aquilo que faço, deixo um pouco de mim. O que não demonstro, escrevo. Se isto é bom ou ruim, não vem ao caso neste momento.

O que vem ao caso aqui é o fato de que talvez, ao invés de “comer pelas bordas”, eu prefira ir direto ao fundo, sem me importar se irei me queimar ou não. Sou livro aberto, sou mais alma do que corpo talvez. Sou transparente, sou cristal que reflete a luz solar. Sou alguém em busca de evolução. Aliás, talvez ultimamente eu esteja me dedicado pouco à minha caminhada espiritual.

Talvez ter pego justamente hoje este livro de colorir mandalas, tenha sido um sinal, uma inspiração, uma intuição. Talvez o “começar do centro”, ou “de dentro”, seja um recado do Mundo Espiritual para eu “voltar a olhar para dentro”. Porque é ali, no “meu” centro, que se encontram as respostas para todas as minhas dúvidas.

Marian de Souza.

Ah, um adendo: me dei conta, sempre olhando o tal livro, que eu deveria ter colocado a data em que colori cada mandala. Porque acredito que o modo como as pintei, as cores que usei, revelam muito sobre o meu estado de ânimo, de espírito, o que eu estava vivendo na época, etc… Uma pena não terem data! (A de hoje,eu coloquei!).

Uma última coisa: o livro é de 2015.Ou seja, as primeiras mandalas foram por mim coloridas há 5 anos!

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Storie sul mio nonno

1 maio

In una delle occasioni in cui mia madre è venuta a trovarmi, ha lasciato qui con me una copia aggiornata dell’albero genealogico della nostra famiglia, sul lato dei Festugato. L’elenco dei nomi cominciava dai miei trisnonni, fino a raggiungere l’ultima generazione, che non è più mia, ma quella dei figli dei miei cugini.

Insieme a questa lista, ho trovato, anche queste un regalo di mia madre, una copia di due vecchie fotografie. Da allora ho iniziato a pensare alle molte storie di famiglia che meritano di essere registrate, in modo che non cadano nell’oblio. Sì, sarebbe possibile scrivere un libro, magari sotto forma di racconti, per essere una cosa piacevole da leggere. Per ora, tuttavia, mi limiterò a raccontare un po ‘la storia e i ricordi del mio nonno materno.

Per alcuni, può sembrare curioso che io abbia intitolato questo testo come “Storie sul mio nonno” e non “Storie su mio avô” anche nella versione in portoghese. (Cosa che potrebbe passare inosservato a chi leggerà direttamente il testo tradotto in italiano).

Il fatto è che l’ho sempre chiamato “nonno”! “nono”! Nonno o “nonnino”, in un affettuoso diminutivo. Per me, “avô“ era il padre di mio padre. Quindi andiamo avanti.

Il mio nonno si chiamava Pedro Festugato, o Piero Giacomo Giovanni, come sosteneva di essere il suo nome di battesimo. Era il terzo di 9 figli: Angela (Angelina), João (Joanin), Pedro (Pedrinho), Luiza, Giacomo, Arlindo, Sétimo, José (Gieppe), Antonio. Suo padre, Giuseppe, arrivò in Brasile l’8 dicembre 1891, all’età di 14 anni. Figlio maggiore, è arrivato con la sua famiglia, suo padre Giovanni (40), sua madre Angela (35) e i suoi fratelli Antonio (10), Domenica (8), Eugenio (6), Anna Maria (5), Maria (che purtroppo è morta durante il viaggio, a solo 1 anno di età) e Amélia (2 mesi). In Brasile, ebbe altri 3 fratelli: Domenico, Octavia e João Maria, che purtroppo morì all’età di 8 anni.

A proposito del “nonno Bepe”, ci sono certamente molte storie, che saranno, come detto in precedenza, per un’altra volta.

La percezione del tempo è una cosa interessante. Stavo per scrivere che ho vissuto con il mio nonno Pedro per molti, molti anni. Però se ci penso, mi rendo conto che, in effetti, forse non sono stati  così”tanti” anni. Tuttavia, sono stati anni intensi che hanno lasciato un segno (bello) nel mio cuore.

La leggenda narra, o meglio, mia madre mi ha  raccontato detto che il nonnino soffriva di depressione. Quando era in crisi, era la nonna che, grazie alla vendita dei suoi dolci e torte (che dicono fossero meravigliose), sosteneva la famiglia. Inoltre, lei ricorda che, nei momenti peggiori delle sue crisi depressive, lui, la nonna e mia madre andavano alla loro casa in spiaggia, a Rondinha. Restavano lì, isolati, per diversi mesi. Quel posto, che per me ha un tocco magico, gli faceva sentirsi meglio. Anni dopo, grazie alle storie della sua vita che lui stesso mi avrebbe raccontato, avrei capito i motivi per cui ha finito per soffrire di stati così depressivi.

Il ricordo, o meglio, i ricordi più antichi che ho dei miei incontri con il mio nonno, sono all’ospedale di Carlos Barbosa. Ricordo i viaggi fin lì, fate ad ogni domenica. Le curve della strada che mi hanno facevano sempre stare male, le ortensie ai lati della strada, “l’aereo dell’acqua”. (Mi spiego: ogni venerdì, andavamo a Porto Alegre, per andare al Centro Spiritista Francisco Xavier. Sulla strada, passavamo per Canoas, dove c’è una base aerea. Quindi, dalla strada, si vedeva, in una piazza, un una specie di statua di un aeroplano (o era un vero aeroplano?). Per me quello era un punto di riferimento, perché significava che eravamo quasi arrivati. Il fatto è che anche sulla strada per l’ospedale di Carlos Barbosa, dove andavamo la domenica, c’era una “statua” di un aeroplano, ma questa volta, nel mezzo di una specie di “fontana”. Da qui il sopranome “aeroplano d’acqua”.

Dicono che ho adempiuto questo “rituale” di andare a visitare mio nonno da prima ancora di iniziare a camminare. Ovviamente, questa parte non me la ricordo. Ricordo tuttavia che lui mi faceva un po’paura. Forse a causa della pettinatura dei suoi capelli lisci tirati all’indietro o di quei pesanti occhiali con la montatura nera. So solo che gli davo (senza una particolare voglia, lo confesso), un bacietto leggero sulla guancia e mi mettevo seduts sul suo letto, (di solito egli era seduto sulla sedia), in attesa che mi venisse detto che potevo andare in giardino e giocare. Ecco il mio ricordo di quel periodo: il giardino dell’ospedale, con le statue di Biancaneve e dei sette nani. Sì, questa era la parte migliore del viaggio! Ricordatevi, ero una bambina!

Prima di raccontare del suo ritorno a casa nostra, o meglio, a casa sua, vorrei tornare indietro nel tempo, ai motivi per i quali è stato necessario il suo ricovero. Ricordando che sono storie che mi sono state raccontate e che alcuni ricordi, carichi di emozione, possono portare delle verità che magari non corrette al 100%.

Come accennato in precedenza, il mio nonno spesso era depresso. Fragile, si ammalava facilmente, il che portava a pensare, logicamente, che sarebbe morto prima della mia nonna, persona forte, combattente, laboriosa e coraggiosa. Il destino, tuttavia, ha voluto che le cose accadessero diversamente.

Un giorno, la mia nonna è uscita per andare alla messa, come sempre. Il tempo passava niente di tornare a casa. All’epoca, mia madre, che è la figlia più piccola, era l’unica che viveva ancora con i suoi genitori. Ad un certo punto, suo padre commentò qualcosa del tipo: “Che strano che tua madre non sia ancora tornata. Non è che è andata a visitare Marlene? (Marlene è mia zia). Senti,magari prendi un taxi e vai a casa sua per vedere se tua madre è lì ”. E così fece.

Quando era in taxi, non ricordo se ha sentito alla radio, se è stato il tassista a commentare o entrambe. Tutto quello che so è che ha saputo che una signora era stata investita da una jeep della polizia di fronte alla Cattedrale quando stava uscendo dalla chiesa dopo la  Messa. Ed è così che la mia nonna è disincarnata. Ed è stato da quel momento che, per il mio nonno, la vita è diventata una cosa senza importanza. Inizialmente hanno cercato di farlo a rimanere a casa sua. Quando, tuttavia, si abbandonò a se stesso, anche iniziando a fare i bisogni negli angoli della casa, il ricovero è sembrato essere l’unica soluzione.

Cinque anni dopo, mia madre si sposatva. Lui è venuto alla cerimonia, sebbene non l’abbia accompagnata all’altare. Chi lo ha fatto è stato suo fratello e padrino Ruben, il“Bibi”, che, guardate com’è la vita, 42 anni e 6 mesi dopo, avrebbe ripetuto lo stesso gesto, questa volta per accompagnare me all’altare. Ed entrambe abbiamo avuto, inoltre, la nostra unione benedetta dallo stesso frate, mio ​​zio Ronaldo.

Circa un anno dopo, mio ​​padre morì a causa di un infarto del miocardio. Un’altra crisi colpì il mio nonno, che si sentiva in colpa per “essere ancora vivo”, colui che “non serviva a nulla”. Ontretutto, mia mamma era addiritura incinta!

L’affetto con cui veniva curato in quell’ospedale fece la differenza. Inoltre, la presenza costante dei suoi figli, che lo visitavano ogni settimana, in particolare mia madre, zia Renée, zio Ruben e zia Mary, poiché le altre figlie vivevano nel nord-est, sono stati dei punti a suo favore.

Ricordo che, un giorno, lui è venuto a vivere “a casa nostra”. Secondo mia madre, tutto è stato deciso così, all’improviso. Riferisce che, durante una delle nostre visite di routine, egli ha chiesto alle sue figlie quando lo avrebbero portato a casa. Loro (penso che mia madre e mia zia Mary, ma non sono sicura) si guardarono l’una l’altra e replicarono: proprio ora! Ed è così che siamo tornati, tutti insieme, nella nostra casa di Caxias do Sul.

Nella nostra casa, che in realtà era la casa del nonno, ci siamo quindi messi a vivere io, mia madre, mio ​​cugino André, i cui genitori si erano trasferiti nel Nordest, mio ​​zio Ruben e il nonno Pedrinho. Sebbene inizialmente la sua presenza per me fosse qualcosa di nuovo e strano, a poco a poco non solo mi sono abituata, ma soprattutto mi sono affezionata a quel vecchiettoo che, con il tempo, ho scoperto di essere dolce, divertente e pieno di storie da raccontare. A proposito, un giorno si resero conto che non aveva bisogno di portare quegli occhiali pesanti per tutto il tempo, ma solo per leggere. Piccoli gesti come toglierli gli occhiali e cambiarli la pettinatura mi hanno già fatto perdere la “paura” che avevo di lui.

Col passare del tempo, sono diventata sempre più attaccata a lui. Naturalmente continuava a tenere dentro di sé i resti di uno stato depresso, e in certi momenti sembrava andare in “trance”, dicendo cose senza senso, lamentandosi, brontolando o soffrendo di incubi.

Più volte durante la notte, l’ho incontrato che camminava avanti e indietro nel corridoio del sallotto, dicendo il requiem in latino. Ricordo che mi avvicinavo a lui e lo riportavo a letto, dicendogli che andava tutto bene e ripetevo con lui un Padre Nostro, in modo che diventasse più tranquillo. (Chissà se, visto tutta la sua sensibilità, in quel non era veramente in contatto con il mondo spirituale).

Oltre a questo, ripeteva costantemente, anche durante il giorno, frasi come “Io sono un morto vivo”, o cose del genere.

Ogni mattina, uno di noi gli portava la colazione a letto. Poi, più vicino all’ora di pranzo, lo aiutavamo ad alzarsi. Lo chiamavamo, lo vestivamo, lui si lavava la faccia e uno di noi lo petinava e gli faceva la barba. Lo aiutavamo anche a fare la doccia. Per mangiare mangiava da solo, anche se spesso lamentandosi. Come un bambino, protestava, “brontolova”, ma alla fine finiva per mangiare. O il cibo era salato (” puro sale”, diceva), o bruciato o troppo dolce. Praticamente non abbiamo mai preso molto sul serio le sue lamentele, il che ha reso le cose molto più leggere da affrontare. Inoltre,io, da bambina, “stimolavo” le sue lamentelle, soprattutto dopo che ho iniziato a rendermi conto che lui dava ascolto a tutto ciò che dicevo. Quindi, lui era SEMPRE d’accordo con me, anche quando inventavo che il “dessert” era troppo salato.

Una mattina, mia zia, che viveva nel Nord-est ed era in vacanza da noi, decise di fare una “sorpresa” e andare a servire la colazione al suo amato papà. Peccato che, a differenza di noi (io, mia madre, Bibi, zia Renée e Amália, che era la signora che lavorava a casa nostra, la mia “madre nera”), non fosse abituata alle “scene” che era solito fare. In effetti, un talento sprecato, avrebbe dovuto fare teatro!

Lo ricordo come fosse oggi. Mia madre e io stavamo dormendo in una delle stanze dell’attico (probabilmente avevamo prestato la nostra ai miei zii). Improvvisamente, entra zia Marlene, disperata: “Ana! Il nonno è diventato cieco!”.

Confesso che non ho preso molto sul serio quella storia, ero abituata alle sue lamentelle frequenti. Tuttavia, “cieco” era una novità anche per me.

Mia madre era già scesa. Poco dopo, anch’io scendo e vado in camera sua. Era seduto sul letto, con il vassoio della colazione sul tavolo di fronte a lui. Mi siedo accanto a lui, lo guardo (lui mi guarda reciprocamente) e chiedo: “Nonno, chi sono io?”. Lui, con la più grande “faccia lavata”, mi guarda e dice: “Non lo so, non vedo!”. Poi però, mia madre entra nella stanza, indossando una maglietta. Lui la guarda e dice “Cosa c’è scritto lì?” e poi legge ad alta voce la frase della maglietta! Ora … provate ad immaginare la faccia di mia zia !!

Un altro episodio legato alla “colazione” si è verificato molti anni dopo, a Torres. Un giorno, Alice, la signora che lavorava per mia zia, ha voluto anche lei fare una “sorpresa” e dare la colazione per al nonnino. Va notato qui che io, mia madre, mia zia, le persone con cui lui era “abituato” per così dire, potevano “insistere” perché lui mangiasse, anche portando le fette di pane vicino alla sua bocca. Alice, tuttavia, per lui, chi era? Solo la … governante!

Ho questa scena  ben presente perché ero arrivata proprio mentre lei insisteva che lui mangiasse. (Penso che anche Saulo, mio ​​cugino, abbia assistito alla scena, ma non ne sono sicura). Ricordo che lei diceva: “Mangia nonnino, mangia nonnino” … e lui che gemeva, a denti stretti. Fino a quando lei non ha deciso di prendere il pane e provare a metterglielo in bocca. Su questa insistenza, lui la guardò seriamente e lanciò un grido: “KÁÁÁÁÁÁÁÁÁ !!!” e lei si allontanò, spaventata. (Siamo stati noi, a quel punto già pre-adolescenti, a rassicurarla). Dopo di che, con me, lui ha mangiato.

Il modo in cui si riferiva alle persone era il più sincero possibile. Dei miei amici e compagni di scuola, ha sempre voluto conoscere l’origine, o meglio, il cognome. “Figlio di chi quell li”? E rispondevano sempre: “Figlio del vecchio… (e dicevano il suo cognome)”. Alla fine, anche io mi sono abituatoa a rispondere in quel modo. Quindi, ad esempio, quando Lizi, una delle mie migliore amiche,veniva a casa mia, io dicevo: è “nipote” dell vecchio Viappiana!

A proposito di sincerità, riporto alcuni episodi che dimostrano cosa intendo:·

  • 1: una volta, una compagna di scuola di mia madre è venuta a farci visita (Mia mamma faceva l’insegnante). Dopo che se ne è andata, il commento, non ricordo se fatto da mio zio o mia madre: “Simpatica lei, non è vero nonnino?” E la sua risposta: “Fumma come un turco!”·
  • 2: quando qualcuno a tavola andava a servirsi e riempiva il piatto (anche quando eravamo a casa di altre persone): “Chi è qui quel piatin Lí?” (Di chi è quel “piattino” lì?) E poi: “Ah, lui si “tratta”, veramente!!”·
  • 3: quando mio cugino  venuto da noi per presentare la sua ragazza (ora moglie),il nonno non disse assolutamente nulla. Non aprì la bocca. Ore dopo, mentre era in camera a mettere il pigiama, guardò mia zia (o mia madre, non ricordo bene) e commentò: “Carina, vero?”. Da lì in poi, Dani è diventata “Bonitinha”!(Carina?)·
  • 4. Quando mia cugina Cátia, che si sposò un anno dopo di mio cugino André, chiamò per dare la notizia della sua gravidanza, il suo commento fu: “Ma che dire di André che non si muove?” (Cioè, non ha detto “che bello”, “congratulazioni”, niente! Al giorno d’oggi, penso che si potrebbe persino creare un hashtang: #nonninoosincero)

Ho trascorso praticamente tutta la mia infanzia e la maggior parte della mia adolescenza con lui. Dopo quella “resistenza iniziale” da parte mia, la nostra relazione è diventata gradualmente qualcosa di magico e incantevole. Era il mio compagno, il mio amico, il mio “difensore”. Come è tipico dei “nonni”, faceva di tutto per farmi piacere, anche se a volte facesse qualche piccola “protesta”.

Mi è sempre piaciuto giocare a fare l’insegnanate. Inizialmente giocavo con le mie bambole e, durante le vacanze, con le bambole e i miei cugini. Ma perché usare le bambole se avevo il “nonnino”?

Ogni pomeriggio, quando tornavo dalla scuola, preparavo, su un quaderno, dei “compiti” da risolvere. Quindi, mentre svolgevo i miei compiti scolastici, lui faceva i suoi. Portoghese e Matematica. Dopo tutto, gli piaceva la matematica, era stato un contabile. Portoghese  lo faceva sotto protesta. (Gli facevo anche del “dettato”!). E qui faccio una pausa, per parlare della sua calligrafia. Ragazzi, veramente… lui aveva una scrittura bellissima!

Oltre ai “compiti”, facevamo anche altre attività, come giocare a scopa o a briscola / bisca. In effetti, mi ha insegnato lui a giocare. La “scopa” che giocavamo a casa nostra, a proposito, era diversa da quella che mio marito giocava qui in Italia. Nel nostro gioco, per raccogliere le carte dal tavolo dovevamo raggiungere una somma di 15 punti.

Con mio nonno, ho anche imparato a cantare alcune canzoni in dialetto. Ricordo un LP che avevamo a casa e quanto fosse felice quando lo mettevamo. Ad oggi conosco ancora a memoria i testi di canzoni come Il mazzolin di fiori, La Verginella, La bella Violeta, Santa Lucia, ecc. E la mia preferita, quella della piccola formichina! Non ricordo il nome, ma ricordo che diceva più o meno così:

“Che bel nasin che ha il formighin! Che brut nason che ha il formigon! E la formiga la va sulla spiga, la prende il grano e poi se ne vá… la và. La và… E la formiga la va sulla spiga, la prende il grano e poi se ne và (…)

Traduzione: che bel musetto ha la formichina! Che brutto nasone ha il formicone! E la formica si arrampica sulla pannocchia, prende il grano e poi se ne va via. Eccola, eccola … E la formica si arrampica sulla pannocchia, prende il grano e poi se ne va via (…)

Oltre alle canzoni, è stato con lui che ho imparato a cantare l’inno nazionale.

Un’altra cosa che mi piaceva molto era fargli indossare dei costumi. Costumi, parrucche, qualsiasi cosa potete immaginare. In questo gioco, spesso venivo accompagnata dalla mia amica Liziane!Sapete quelle amiche che sono “sempre” insieme? Così eravamo noi due! Quando lei non era a casa mia, io ero da lei! E il nonnino, ogni tanto chiedeva “di nuovo”. il suo nome (Con il cognome, ovviamente). Uno di quei giorni, lei ha detto: “Liziane Scheer Viapiana”. Lo ha ripetuto alcune volte, perché lui diceva: “Eh? Eh? ”. Quindi, ad un certo momento, lui dice: “Servia?” E così, da quel giorno in poi, “Lizi” divenne “Servia”.

Anni dopo, lui è diventato anche molto legato alla mia amica Simone, figlia della “tedesca”, come si riferiva a sua madre Teresa, a causa dei suoi capelli biondi. (Durante la mia adolescenza, era lei a venire spesso da noi. Lizi ed io eravamo andate a studiare in scuole diverse e per questo ci siamo un po’ allontanate).

In quel periodo, era normale per me andare a casa di Simone per studiare e finire per restare a cena. E lì, a tavola, c’era sempre qualche storia del nonnino da raccontare. Sì, era un tesoro, amato da tutti!

Tornando quindi ad alcuni episodi della mia infanzia e adolescenza.

Ricordo che mi difendeva sempre e ovviamente io me ne “approfittavo”. A volte mia madre mi diceva qualcosa, io brontolavo, lui si rivolgeva a lei e diceva: “Perché le fai questo?”

Ricordo quando ho avuto l’epatite e dovevo restare “in isolamento” in camera. Anche se gli avevano detto che doveva stare lontano, ogni due per tre lui veniva fino alla porta della stanza per “spiarmi”, chiedermi come stavo. Una bellissima scena da vedere! Lui camminava lentamente e respirava con la bocca semiaperta. Io sentivo i suoi passi e il suono che faceva mentre si avvicinava “Eh, eh, eh ….”.

Ricordo che se mi capitava di andare a letto prima di lui, lui veniva nella mia stanza, si abbassava vicino al mio viso e diceva sussurrando: “Stai dormendo?” (Di solito ero sveglia, ma non aprivo gli occhi, perché quel gesto mi divertiva)

A proposito di divertimento: il mio nono trascorreva il pomeriggio seduto su una poltrona, con una coperta sulle ginocchia, facendo un sonnellino o guardando la TV. Camminava fino in cucina a pranzo o a cena apoggiato a qualcuno da noi, a passi di “lumaca”. Succedeva però che a volte, per una ragione o per l’altra, uscivamo tutti e lui restava a casa solo con Amália, che, a differenza di zia Renée, che trascorreva i suoi pomeriggi sedutia lì nella stanza con lui, spesso a lavorare a maglia, aveva molte cose da fare. Quindi, ovviamente, non poteva stare lì nella stanza a fargli compagnia! Bene allora.

La nostra casa è interessante. Accanto alla porta d’ingresso, c’è una “striscia” di vetro, che ci consente di vedere cosa sta succedendo all’interno. (Parlo nel presente perché la casa esiste ancora, oggi sono i miei zii che vivono lì). Di solito “sbirciamo” dentro prima di aprire la porta per entrare. Ai tempi del mio nonno, infatti, era consuetudine “bussare alla porta, o meglio, al vetro”  lui venisse ad aprirci. Prima di bussare, tuttavia, gardavamo dentro un attimino e … incredibile !! Dov’era il nonnino? In piedi, con addosso gli occhiali, a leggere la corrispondenza e le bollette che erano in cima allo scaffale, a controllare le notizie sul giornale, ecc. Poi, in serata, dal “nulla”, diceva: “Ruben, hai pagato quel conto che scade il 10?”

Lasciavamo passare alcuni minuti e suonavamo il campanello (o bussavamo alla porta). Alla velocità della luce, si voltava rapidamente, andava in tutta fretta e furia a riprendere la coperta che aveva lasciato appoggiata sulla poltrona e veniva ad aprire la porta come se si fosse appena alzato. (Inutile dire che il tragitto  di”ritorno” alla sua sedia impiegava tre volte il tempo del tragitto della sedia alla porta nel momento in cui non sapeva che qualcuno lo stava guardando, vero?)

Ancora riguardo a episodi divertenti, ce ne sono altri che forse non tutti troveranno divertenti, ma io, avendoli vissuti durante l’infanzia / pre-adolescenza, li ho presenti nella mia mente in un modo leggero e divertente.

Un pomeriggio, la madrina di mia madre, Dona Maria Viana, è venuta a fare merenda da noi. Questa visita speciale meritava sicuramente uno spuntino speciale. Quindi, quel pomeriggio, c’erano i “quindins! (Dolcetti a base di tuorlo d’uovo, cocco e latte condensato). Peccato che i quindins, per chi ha la dentiera come il nonnino, a volte possano essere un po ‘”appiccicosi”. Bene, potete già immaginare cosa sia successo, giusto? Sì! Il quindim si è attaccato alla protesi!

Il nonnino, tuttavia, credo non volesse restare senza assaporate quei deliziozi dolcetti. Quindi, senza esitazione, ha semplicemente rimosso la dentiera e si è messo a “succhiare” l’intero quindim che era rimasto appiccicato, proprio lì a tavola!

Un altro episodio divertente: una volta, mio ​​zio Paulo, un cuoco eccellente, specialmente quando si tratta di pesce e frutti di mare, ha preparato, tra le altre cose, i calamari. Sembra, tuttavia, che quel giorno, per errore, li avesse cotti troppo. E quelli che mangiano i calamari sanno che, se si cucinano troppo, tendono a diventare un po ‘gommosi. Ok. Abbiamo pranzato, tutto ok. Noninno nella sua sedia / poltrona (Eravamo sulla spiaggia, ma anche lì aveva una poltrona dove sedeva!), all’improvviso, dal nulla,verso metà pomeriggio, vediamo che inizia a masticare. “Cosa stai mangiando noninno”? Lui apre leggermente la bocca e, con la lingua leggermente fuori, cerca di mostrarci … i calamari !

E quando siamo tornati dalla Disney, io e mia mamma, con una videocamera? Ricordo che stavo registrando durante la cena. Mia mamma: “Noninno, guarda lì che Marian sta “filmando” (registrando)! “Fumando ??”

E l’episodio di luiche leggendo la maglietta di mio cugino? “Sex Pistols!” Cosa vuol dire? E mia madre: “Sei pistole”.

Per alcuni anni ho usato un aparecchio mobile sui miei denti. Una mattina, ho dimenticato di indossarlo e ho finito per andare a scuola senza. Il mio nonno, quando andò in bagno e vide che il mio apparecchio era rimasto lì, dentro la custodia, esclamò: “Ha dimenticato la sua dentiera! Ha dimenticato la sua dentiera!”

Ah, mi sono appena ricordata di un altro episodio sulla “sincerità”. In effetti, più che sincero, era diretto.

Stavo tornando a casa dopo le vacanze. All’epoca, avevo un canarino. Quando sono arrivata, mio ​​zio, mia zia, Amália, tutti mi dicevano: “Come stai? Come sono andate le vacanze? ”. “Wow, come sei abbronzata”, ecc., Ecc., Ecc. Invece lui, il nonno, mi guarda e mi fa:”L’uccellino è morto!” Decisamente, #nonninosincero!

Il nonnino aveva il dito indice della mano destra storto. La ragione? Aveva provato ad aprire una bottiglia con un coltellino swizzero, che li ha scivolato e ha finito per tagliarli il nervo.

Il nonnino aveva vissuto storie tragiche. Oltre alla perdita della moglie in un modo così inaspettato e brutale, aveva vissuto un episodio nella sua famiglia che sembrava uscito da uno di quei film drammatici o di tipo thriller. Questa storia, tra l’altro, che lui mi ha raccontato più di una volta, immaginavo fosse accaduta quando era ancora un bambino. Oggi, tuttavia, avendo in mano la fotografia in cui appare con tutti i fratelli, mi rendo conto che è successo quando era già sposato e che, contrariamente a quanto ho sempre pensato, lui non ha assistito a ciò che è accaduto personalmente, ma ha saputo quello che era successo da ciò che gli è stato riferito, probabilmente dai fratelli. (Almeno penso sia stato così). Andiamo alla storia:

“Un giorno, suo fratello Antonio voleva uscire, ma suo padre non lo aveva permesso. (Non conosco i dettagli). Era il figlio più giovane e probabilmente anche il più ribelle. È interessante notare, infatti, che nella fotografia dei fratelli, la cui copia ho qui con me, è l’unico che sembra “trattenere una risata”. Bene, egli decise di uscire comunque,  di nascosto da suo padre. Ha quindi concordato con suo fratello Sétimo che, al suo ritorno, avrebbe bussato leggermente alla finestra perché lui li aprisse la porta. Solo che Settimo finì per addormentarsi e non ascoltò quando suo fratello bussò. Suo padre, tuttavia, si svegliò al rumore di qualcuno che cercava di entrare in casa. Sicuro che i bambini dormissero tutti, ha pensato che ci fosse un ladro. Senza pensarci due volte, prese la pistola che possedeva e sparò, uccidendo suo figlio. Avrebbe poi trascorso il resto della sua vita pieno di sensi di colpa e di rimorso, anche se sembra che, in un modo o nell’altro, “abbia imparato” a conviverci, perché i ricordi di mia madre su di lui sono di un nonno, soprattutto, molto giocoso). Settimo, il fratello che “si addormentò”, finì per impazzire e ed è morto ancora giovane, in un sanatorio”.

Non conosco alcuna storia sulla “madre” del nonno, né so se fosse ancora viva quando è successa questa storia. Dei fratelli e sorelle di mio nonno, forse ho conosciuto Joanin, ma non ne sono sicura. Ricordo molto bene “Zia” Luisa, che viveva in una piccola casa di legno e che, d’inverno o d’estate, aveva sempre il fuoco a legna acceso, perché preparava sempre delle marmelate di pesche, ficchi, uva…. In effetti, era “conosciuta” come quella che preparava le marmellate alle pesche senza rimuovere il nocciolo, perché “davano più sapore”. Ricordo che quando andavamo a trovarla, chiedevo sempre di restare in cortile, perché  dentro casa faceva così caldo! Ricordo anche lo “zio” Arlindo, che veniva spesso da tni a trovare il nonno. Anche lui, dolcissimo! E ora, guardando questa foto, lui con la mano appoggiata sul braccio del mio nonno, vedo come, da sempre, loro erano uniti!

Tornando al nonnino, la cosa interessante è che ricordo episodi relativamente banali, come quella volta in cui si è tagliato quando ha fatto cadere il coperchio di vetro di un baratolo e il sangue continuava a fuoriuscire. (Sono stata io a fargli il bendaggio col cerotto),o la volta in cui due Testimoni di Geova hanno suonato il campanello e lui le ha aperto la porta e poi  queste qua non se ne andavano più e hanno iniziato a spaventarlo dicendo cose insensate sulla “Fine del mondo” . Ricordo che ero ancora una bambina e le “affrontai”, dicendo che non credevamo in nulla di tutto ciò, ecc. Ecc. Ecc. Ecc.

Come sicuramente avete potuto notare, ero molto, molto legata a lui. Col passare del tempo, quella bambina che inizialmente aveva “paura” del suo nonno, trascorreva gran parte della sua giornata baciandolo e abbracciandolo!

Non avendo subito alcuna “perdita” diretta, dal momento che mio padre era disincarnato prima della mia nascita, mi ritrovavo spesso a pensare: come sarà quando lui morirà?

Era stata una giornata come qualsiasi altra. La sera, come al solito, mio nonno ha iniziato a ripetere: “Andrò a letto. Andrò a letto ”. E noi rispondevamo: “è ancora presto, aspetta un po ‘di più!”. E lui insisteva. Fino a quando lo guardo e dico: “è ancora presto nonno, mangia una caramella!” “Posso avere una caramella?” Chiese. Io, in quel momento, non avrei mai immaginato che quelle sarebbero state le ultime parole che lo avrei sentito pronunciare.

La mattina dopo, come al solito, mia zia gli portò la colazione. Lui ha mangiato e poi è tornato a letto, come faceva sempre. Più tardi, quando è andata a chiedergli di alzarsi, mia zia lo trovò disteso sul letto. Un ictus lo aveva colpito, paralizzandolo tutto un lato e impedendogli di parlare. Fu così che, per alcuni mesi, la “vita” che prima ocorreva in soggiorno, si trasferì nella sua stanza.

Un divano, la TV, e lui che veniva curato, nutrito. Non gli è mai mancato nulla, tanto meno affetto. Mia zia ha finito per trasferirsi a casa nostra, per aiutare a prendersi cura di lui. Era la fine di febbraio 1994.

Ricordo il modo in cui ci guardava. Ci rendevamo conto che capiva, anche se non riusciva a comunicare! Ed è stato all’alba alla fine di aprile che è venuto a disincarnare.

Ricordo che avevamo preso un’infermiera per passare le notti con lui, perché anche mia zia aveva bisogno di riposare. Quella notte lei mi disse: “Tuo nonno non sta bene”, a cui ho risposto: “Lo so, l’ho capito”. E quella stessa notte ho sognato. No, non l’ho sognato. Ho sognato che ero a scuola e raccontavo che lui era morto. Molto probabilmente, mentre lo raccontavo nel sogno, lui, nella “vita reale”, si “disconnetteva” dal suo corpo fisico.

Non ho visto il “disincarne” di mio nonno, ma deve essere stato momento molto bello.

Che vuol dire, bello il momento della morte?

Mia zia da tempi lo aveva sopranominato “uccellino” perché, oltre ad essere più magro, il fatto che non indossasse più la dentiera, che ovviamente non era più necessaria, faceva con che le sue labbra sembrassero il becco di un uccellino.

Quella notte, quando si resero conto che era peggiorato (respiro rapido, tachicardia, cose così), mia madre ha telefonato alle mie altre zie che, all’epoca, erano tornate a vivere a Caxias. Mia mamma,la zia Renée e lo zio Ruben erano già lì. Quindi sono venute tutte a casa nostra, accompagnate dai mariti: zia Lourdes con lo zio Chico, zia Marlene con lo zio Pedrinho e zia Mary con lo zio Paulo. Ad un certo punto, sembrava il nonno stesse meglio (il famoso miglioramento della morte?)e le zie hanno detto ai loro mariti che potevano andare a casa. Lui è rimasto quindi circondato dai suoi 6 figli.

La mia famiglia è sempre stata molto unta e uno ha sempre rispettato le scelte dell’altro. Tutti abbiamo una fede irremovibile, ma ognuno di noi ha la sua. Quindi, quella notte, ciò che è stato osservato è stato un momento di eccezionale sincretismo religioso. Sfortunatamente, non ho assistito alla scena, ma deve essere stata una cosa del genere: zia Mary, pregando, non so se con il rosario o no, ma non fa differenza. Padre Nostro, Ave Maria … Zia Marlene che legge ad alta voce la “Sutra Sacra” della Seicho-no-ie, “Pioggia di nettare della verità”. Zia Lourdes, mentalizzando l ‘”OM” dello Yoga, mia madre probabilmente imponendo le mani, dando un “passe”, trasmettendo energia. Bibi laggiù, a guardare. Il respiro del nonno, inizialmente agitato, si indebolì gradualmente fino a quando la zia Renée, ispirata da un mentore del Piano Spirituale, disse: “Vola, uccello! Vai ad essere libero! ”. Lui sospirò e se de andò. Ha disincarnato con un’espressione di tranquillità e pace. Sembra che stesse solo aspettando quella “autorizzazione”, quella frasi: “Può andare, staremo bene!”

Mi sono svegliata al suono dei cassetti che si aprivano e si chiudevano. “Una cravatta, dove c’é una cravatta?” Non hanno dovuto nemmeno dirmi che era morto. Lo sapevo già.

Quel giorno sono andata a scuola normalmente. Ero indecisa se partecipare o meno al funerale. Mia madre mi aveva lasciato libera: “Decidi tu figlia, fai ciò che il tuo cuore ti dice”. E ad un certo punto, tuttavia, ho preso la decisione. Sono andata alla segreteria della scuola e ho chiesto di tornare a casa.

Ovviamente, il coordinatore mi ha chiesto se avevo un’autorizzazione per scritto sul diario. No, non ce l’avevo. “No, non ce l’ho, ma mio nonno è morto e volevo andare al funerale”. Mi hanno liberata immediatamente.

Il'”clima” alla veglia del nonnino era così pacifico, così armonioso, che un ragazzino di strada entrò nelle cappelle, si sedette su una delle sedie e commentò: “Che strano questo funerale, nessuno piange!”

Già. Emozione sì,tanta. Pianto disperato, no. Dopotutto, lui stava bene, in pace. Eravamo tutti in pace.

Dopo quel giorno, lo avrei sognato ancora e ancora, per molti, molti anni. Sono quasi sicura che quelli non fossero semplici sogni, ma che fossero veri incontri. Tutto indica che, visto il nostro legame così forte, io, nel sonno, andavo in spirito al piano spirituale dove lui si trovava. Mai, dopo questi incontri / sogni, mi sono svegliata triste, nostalgica o con una brutta sensazione. Succedava giusto il contrario! Mi svegliavo così bene, così calma, che a volte avevo addiritura bisogno anche di alcuni minuti per fermarmi e rendermi conto che … si, lui era VERAMENTE disincarnato! Lui non era più qui!

Ora, è da un po’ che non lo sogno più. Chi sa se è perché è già reincarnato! O, chissà, prima o poi ci rivedremo ancora!

Ah, prima di parlare di come immagino sia stato il suo “rientro” nel mondo spirituale, lasciatemi raccontare un’altra storia di quando lui era giovane.

Questo episodio rissale a molto tempo fa, quando il mio nonno e la mia nonna erano ancora fidanzati. Lei viveva nella periferia della città, in un quartiere chiamato Galópolis. Il mio nonno andava fino a casa sua, o meglio, a casa dei suoi genitori, a cavallo. Metteva i suoi vestiti migliori, “fatiota” (abito) bianco, cappello. Un giorno, proprio mentre attraversava un ponte, il cavallo si è spaventato con qualcosa.Ed ecco, cavallo e cavaliere che finiscono nel fiume! Eppure è andato lo stesso a trovare la fidanzata! Ora, provate a immaginare la scena: invece di un ragazzo tutto elegante, vestito di bianco, lei si trova di fronte un ragazzo tutto infangato!

Per concludere, vorrei parlare un po’di più della “disincarnazione” del mio nonno, o meglio, di ciò che mi ha fatto affrontare tutto in un modo, per così dire, sereno e tranquillo. (Questa parte della storia, a differenza di tutto il resto, non può essere dimostrata. Ciò non significa, tuttavia, che sia meno reale).Allora.

Sicuramente essere stata creata nella dottrina spiritista e credere, in parole semplici, nella “vita dopo la morte” mi ha aiutato molto. Allo stesso tempo in cui pensavo: “come sarà senza la sua presenza vicino a me”, pensavo anche: “wow, ma i suoi genitori sono morti, TUTTI i suoi fratelli, tutti gli 8 fratelli sono morti, sua moglie è morta. È “rimasto” solo lui! Sì, ci sono i suoi figli, i suoi nipoti, ma sono tutti cresciuti, hanno le loro vite… Non sarebbe egoista da parte mia non volere che lui se ne andasse?”

Ricordo che un giorno, da bambina, ho iniziato a pensare alla morte, o meglio alla disincarnazione. Sono giunta alla conclusione che era come se quella persona stesse per viaggiare, o meglio, trasferirsi in un posto lontano, dove non avevano un telefono. Inoltre, poiché era un luogo più remoto, la posta non poteva arrivare. Quindi non potevano dare notizie, ma sapevamo che stavano bene. (Non potevo immaginare che le notizie sarebbero arrivati, sotto forma di sogni, psicografie o intuizioni).

Ho sempre immaginato il rientro  del mio nonno nel mondo degli spiriti con una scena come questa: lui torna al suo aspetto giovanile, viene accolto a braccia aperte dalla mia nonna, il suo grande amore. Ho persino immaginato li che gli offre, dopo un caloroso abbraccio, un bel pezzo di torta! (“Plasmada”, ovviamente). Per coloro che non lo sanno, “plasmare” è l’azione con cui gli spiriti modellano la materia sottile, riproducendo oggetti, cibi, ecc.).

Ora, con due sue foto qui davanti a me, una al suo matrimonio e un’altra ancora più giovane, insieme a tutti i suoi fratelli, immagino che abbia scelto di rimanere esattamente così. Vedo le sue sorelle e suo fratello maggiore che lo abbracciano, l’altro fratello che lo da un colpetto sulle spalle e i 4 più piccoli, felici, festeggiando e ballando intorno a lui. Tutto allegri, giocando, sorridendo, “matando a saudade” il cui tempo non cancella.

Il ritorno, molti anni dopo, di una delle sue amate figlie nel regno spirituale, deve essere stato qualcosa del genere. Esempio di gentilezza, carità e amore incondizionato, sono sicura che la zia Mary sia stata accolta da lui e dalla nonna con tutto l’amore del mondo!

A volte penso che si sia persino reincarnato. Chi lo sa? Tutto è possibile!

Nel suo passaggio qui e negli anni in cui abbiamo potuto convivere, ha lasciato un’eredità molto speciale. Non dimenticherò mai le cose che ho vissuto con lui. Dalle mie “avventure”, dai giochi e, soprattutto, da quello che resterà per sempre nei ricordi del mio cuore. Il nonno, il nostro amato noninno, è sempre presente nella mia vita. Non è stato possibile per lui conoscere il mio amato marito (almeno non qui sulla Terra), ma chissà, forse loro due si sono già “incrociati” da qualche parte, in Universi correlati!

Marian Festugato de Souza

P.S: una nostra carrissima amica mi ha fatto  ricordare una sua  altra particolarità: quando lui parlava al telefono, con le mie zie, cugini, amici, ecc, diceva sempre: “Com’è  là”?” E, subito dopo, probabilmente rispondendo alla  domanda: “Tu come stai?”, la sua risposta era sempre la stessa: “Vamos Indo!” (Come potrei tradurre… forse..Si va avanti?)

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Histórias sobre o meu nono

1 maio

Numa das vezes em que a minha mãe veio me visitar, deixou aqui comigo uma cópia atualizada da árvore genealógica da nossa família, pelo lado dos Festugato. O elenco de nomes começava nos meus tataravós, até chegar à última geração, que não é mais a minha, mas a dos filhos dos meus primos. Pois bem.

Junto à este elenco, encontrei, também presente da minha mãe, uma cópia de duas velhas fotografias. A partir daí, comecei a pensar nas tantas histórias de família que merecem ser registradas, para que não caiam no esquecimento. Sim, daria para escrever um livro, quem sabe em forma de pequenos contos, para ser uma coisa de agradável leitura. Por enquanto, porém, me limitarei a contar um pouquinho a história e as lembranças do meu nono materno.

Para alguns pode parecer curioso já o fato de eu ter entitulado o presente texto como “ Histórias sobre meu nono” e não “Histórias sobre o meu avô” também na versão em português. (Coisa que talvez possa passar despercebido àqueles que forem ler o texto traduzido em italiano).

Acontece que eu sempre o chamei de “nono”! Nono ou “noninho”, num diminutivo carinhoso. Para mim, vô era o pai do meu pai. Vamos então ao que interessa.

Meu nono se chamava Pedro Festugato, ou Piero Giacomo Giovanni, como ele dizia ser seu nome de batismo. Era o terceiro de uma prole de 9 filhos:  Angela (Angelina), João (Joanin), Pedro (Pedrinho), Luiza, Giacomo, Arlindo, Sétimo, José (Gieppe), Antonio. Seu pai, Giuseppe, chegou ao Brasil no dia 8 de dezembro de 1891, aos 14 anos. Filho mais velho, desembarcara junto à sua família, seu pai Giovanni (40) e sua mãe Angela (35) e seus irmãos Antonio (10), Domenica (8), Eugenio (6), Anna Maria (5), Maria (que infelizmente foi a óbito durante a viagem, com apenas 1 ano de idade) e Amélia (2 meses). Já no Brasil, teve mais 3 irmãos: Domenico, Octavia e João Maria, que infelizmente faleceu com apenas 8 anos de idade.

Sobre o “nono Bepe”, certamente existem muitas histórias, que ficarão, como dito anteriormente, para uma outra vez.

A percepção do tempo é uma coisa engraçada. Eu estava para escrever que convivi com meu nono Pedro por muitos, muitos anos. Agora, porém, se paro para pensar, me dou conta de que, na verdade, talvez não tenham sido “tantos” anos assim. Foram, no entanto, anos intensos, que deixaram uma marca (linda) no meu coração.

Reza a lenda, ou melhor, minha mãe me contou que o noninho sofria de depressão. Quando entrava em crise, era a nona que, graças à venda de seus doces e tortas (que diziam serem maravilhosas), sustentava a família. Além disso, ela lembra que, nos momentos piores de suas crises depressivas, ele, a nona e a minha mãe iam até a casa da praia, na Rondinha. Ficavam lá, isolados, por diversos meses. Aquele lugar, que para mim tem um quê de mágico, o fazia sentir-se melhor. Anos depois, graças à histórias de sua vida que ele mesmo iria me contar, eu compreenderia os motivos pelos quais ele acabara sofrendo de tais estados depressivos.

A lembrança, ou melhor, as lembranças mais antigas que tenho de encontros meus com meu nono, são no Hospital de Carlos Barbosa. Lembro das viagens até lá todos os domingos. As curvas da estrada que me faziam ficar sempre enjoada, as hortências na beira da estrada, o “avião da água”. (Explico: todas as sextas-feiras, viajávamos para Porto Alegre, para irmos ao Centro Espírita Francisco Xavier. No caminho, passávamos por Canoas, onde existe uma base aérea. Assim, da estrada, avistávamos, em uma praça, uma estátua de um avião.  (ou era um avião de verdade?). Para mim aquele era um ponto de referência, pois significava que estávamos quase chegando.  Fato está que no caminho para o hospital de Carlos Barbosa, para onde íamos aos domingos, também tinha uma “estátua” de um avião, mas, desta vez, no meio de uma espécie de “xafariz”. Daí “avião da água”.

Dizem que eu cumpria este “ritual” de ir visitar o meu nono desde antes ainda de começar a caminhar. Obviamente, desta parte eu não lembro. Lembro porém que eu tinha um pouco de medo dele. Talvez devido aos cabelos penteados para trás, ou àqueles óculos de armação preta e pesada. Sei que eu lhe dava (sem muita vontade, eu confesso), um beijo de leve na face e sentava um pouco na sua cama (ele geralmente estava sentado na cadeira), só esperando que me dissessem que eu podia ir brincar no jardim. Eis a minha lembrança daquela época: o jardim do hospital, com as estátuas da Branca de Neve e os Sete Anões. Sim, esta era a melhor parte do passeio! Lembrem-se, eu era criança!

Antes de contar a volta dele pra nossa, ou melhor pra sua casa, gostaria de voltar um pouco no tempo, para os motivos pelos quais foi necessária a sua internação. Lembrando aqui que são histórias que me foram relatadas e que algumas lembranças, carregadas de emoção, podem trazer verdades que não sejam 100% corretas.

Como citado anteriormente, meu nono era depressivo. Frágil, adoecia com facilidade, o que levava a pensar, logicamente, que iria falecer antes da minha nona, pessoa forte, lutadora, trabalhadora e corajosa. Quis o destino, no entanto, que as coisas acontecessem de outra maneira.

Certo dia, minha nona saiu para ir à missa, como sempre fazia. O tempo foi passando e nada de ela voltar para casa. Na época, a minha mãe, que é a filha mais nova, era a única que ainda morava com os pais. Seu pai, então, comentou algo como: “Que estranho que a tua mãe ainda não voltou. Será que ela não foi visitar a Marlene? (Marlene é minha tia). De repente, pega um táxi e vai até a casa dela pra ver se a tua mãe está lá”. E assim ela fez.

Quando estava no táxi, não lembro se escutou na rádio, se foi o taxista que comentou ou ambas as coisas. Só sei que ela ficou sabendo que uma senhora tinha sido atropelada por um jipe da polícia na frente da Catedral quando estava saindo da igreja depois da missa. E foi assim que a minha nona desencarnou. E foi a partir daquele instante que, para meu nono, viver virou algo sem nenhuma importancia. Inicialmente tentaram fazer com que ele continuasse na sua casa. Quando, porém, ele abandonou a si mesmo, passando inclusive a fazer as necessidades pelos cantos da casa, a internação pareceu ser a única solução.

Cinco anos depois, minha mãe se casava. Ele compareceu à cerimonia, embora não a tenha acompanhado ao altar. Quem o fez foi seu irmão e padrinho Ruben, o Bibi que, olhem como é a vida, 42 anos e 6 meses depois, repetiria o mesmo gesto, desta vez para me acompanhar ao altar. E ambas tivemos, além disso, a nossa união abençoada pelo mesmo frei, meu tio Ronaldo.

Mais ou menos 1 ano depois, meu pai desencarnou por um enfarte do miocárdio. Mais uma crise abateu-se sobre o meu nono, que sentia-se em culpa por “ainda estar vivo”, ele que “não prestava para nada”. Ainda por cima, minha mãe estava grávida!!

O carinho com que ele vinha sendo tratado naquele hospital fez toda a diferença. Além disso, a presença contante dos filhos, que toda semana iam visitá-lo, especialmente minha mãe, a tia Renée, o tio Ruben e a tia Mary, já que as outras filhas moravam no Nordeste, contou muitos pontos a seu favor.

Eu lembro que, um certo dia, ele passou a morar “lá em casa”. Segundo a minha mãe, tudo foi decidido assim, num instante. Ela relata que, em uma das nossas visitas de rotina, ele perguntou para as filhas quando elas iriam levá-lo para casa. Elas (acho que a minha mãe e a tia Mary, mas não tenho certeza) se olharam e responderam: agora mesmo! E foi assim que voltamos, todos juntos, para a nossa casa em Caxias do Sul.

Na nossa casa, que na verdade era a casa do nono, passamos então a morar eu, minha mãe, meu primo André, cujos pais tinham se transferido para o Nordeste, meu tio Ruben e o nono Pedrinho. Embora inicialmente a sua presença para mim era algo novo e estranho, aos poucos fui não apenas me abituando, mas especialmente me apegando àquele velhinho que, com o tempo, descobri ser doce, divertido e cheio de histórias para contar. A propósito, certo dia se deram conta de que ele não precisava  usar aqueles óculos pesados o tempo todo, mas apenas para ler. Pequenos gestos como tirar os óculos e mudar o penteado já fizeram com que eu perdesse o “medo” que eu tinha dele.

Conforme o tempo ia passando, eu ia me apegando a ele cada vez mais. Ele ainda guardava dentro de si, obviamente, resquicios de um estado depressivo, e em certos momentos parecia entrar em “transe”, dizendo coisas sem nexo, lamentando-se, resmungando ou sofrendo de pesadelos.

Diversas vezes, durante a noite, me deparei com ele caminhando pra frente e pra traz no corredor da sala, rezando o réquiem em latim. Lembro que eu ia até ele e o conduzia de volta para a cama, dizendo-lhe que estava tudo bem e o acompanhando em um Pai Nosso, de modo que ele ficasse mais tranquilo. (Quem sabe, visto a sua sensibilidade, se naquele momento ele não estava realmente em contato com o Mundo Espiritual).

Além disso, repetia constantemente, inclusive durante o dia, frases como”eu sou um morto vivo”, ou coisas deste tipo.

Todas as manhãs, uma de nós ia levar o café da manhã pra ele na cama. Depois, mais perto da hora do almoço, o ajudávamos a levantar. O chamávamos, o vestíamos, ele ia se lavar o rosto e uma de nós lhe penteava e lhe fazia a barba. Também o ajudávamos com o banho. Comer ele comia sozinho, embora muitas vezes sob prostesta. Como uma criança, ele protestava, “brontolova”, mas no fim acabava comendo. Ou a comida estava salgada (“puro sal”, dizia ele), ou queimada, ou doce demais. Nós praticamente nunca levávamos muito a sério as suas reclamações, o que tornava as coisas bem mais leves de serem enfrentadas.  Além disso eu, criança, “dava corda”, especialmente depois que passei a perceber que ele dava ouvidos a tudo aquilo que eu dizia. Assim, ele concordava SEMPRE comigo, inclusive quando eu inventava que a “sobremesa” estava muito salgada.

Certa manhã, minha tia que morava no Nordeste e estava passando as férias conosco, resolveu fazer uma “surpresa” e ir ela servir o café ao seu amado pai. Pecado que, ao contrário de nós (eu, minha mãe, o Bibi, a tia Renée e a Amália, que era a senhora que trabalhava lá em casa, a minha “mãe preta”), ela não estava acostumada com as “cenas” que ele costumava fazer. Aliás, um talento desperdiçado, ele devia ter feito teatro!

Lembro como se fosse hoje. Estávamos, eu e a minha mãe, dormindo em um dos quartos do sótão (provavelmente tínhamos deixado o nosso para os tios). De repente, entra a tia Marlene, desesperada: “Ana! O nono tá cego!”.

Confesso que eu não levei muito a sério aquela história, acostumava que estava com suas queixas frequentes. No entanto, “cego” era uma novidade inclusive para mim.

Minha mãe já tinha descido. Pouco depois, eu também desco e vou até o quarto dele. Ele estava sentado na cama, com a bandeja do café da manhã apoiada na mesinha à sua frente. Me sento ao seu lado, olho pra ele (que me olha reciprocamente) e pergunto: “Nono, quem sou eu?”. Ele, com a maior “cara lavada”, me olha e diz: “Não sei, eu não enxergo!”. Em seguida, porém, entra no quarto a minha mãe, vestindo uma camiseta. Ela olha pra ela e diz: “O que está escrito ali?” e, em seguida, le, em voz alta, a frase da camiseta! Agora…tentem imaginar a cara da minha tia!!

Um outro episódio referente ao “café da manhã” aconteceu muitos anos depois, em Torres. Um dia, Alice, a senhora que trabalhava para a minha tia, também quis fazer uma “surpresa” e dar ela o café da manhã pro noninho. Convém aqui salientar que eu, a minha mãe, a minha tia, pessoas com quem ele estava “acostumado” por assim dizer, podíamos tranquilamente “insistir” para que ele comesse, levando inclusive as fatias de pão próximas à sua boca. A Alice, no entanto, para ele, quem era? Simplesmente a… governanta!

Tenho bem presente esta cena porque eu tinha chego bem na hora em que ela estava insistindo para que ele comesse. (Acho que o Saulo, meu primo,  também presenciou a cena, mas não tenho certeza). Lembro dela falando: “Come noninho, come noninho”… e ele gemendo, com os dentes cerrados. Até que ela resolveu pegar o pão e tentar dar na sua boca. Diante desta insistencia, ela a olhou sério e soltou um grito: “KÁÁÁÁÁÁÁÁÁÁ!!!”, ao que ela se afastou, assustada. (Fomos nós, ali já pré-adolescentes, a tranquilizá-la). Depois disso, comigo, ele comeu.

O modo como ele se referia às pessoas era o mais sincero possível. Dos meus amigos e amigos de escola, ele queria sempre saber a origem, ou melhor, o sobrenome. “Figlio di chi quell lí”? Traduzindo:  “é filho de quem aquele ali?” ao que sempre lhe respondiam: “Filho do velho…(e diziam o sobrenome)”. No fim, até eu me acostumei a responder assim. Então, por exemplo, quando a Lizi, uma das minhas melhores amigas, ia lá em casa, eu dizia: é “neta” do velho Viappiana!

Falando em sinceridade, relato alguns episódios que demonstram ao que me refiro:

  • 1: certa vez, uma colega de escola da minha mãe foi nos visitar. (Minha mãe era professora). Depois que ela foi embora, o comentário, não lembro se feito pelo meu tio ou pela minha mãe: “Simpática ela, né noninho?” E a resposta: “Fuma como um turco!”.
  • 2: quando alguém ia se servir e enchia o prato (inclusive quando estávamos na casa de outras pessoas): “Chi è lo qui quel piatin lí?” (De quem é aquele “pratinho” ali?) e, em seguida: “Ele se trata, hein? Poxa!!”
  • 3: quando meu primo passou lá em casa para apresentar a namorada (hoje esposa), ele não falou absolutamente nada. Não abriu a boca. Horas depois, quando estava colocando o pijama, ele olhou para a minha tia (ou a minha mãe, não lembro direito) e comentou: “Bonitinha ela, né?”. E daí, a Dani passou a ser a “Bonitinha”!
  • quando a minha prima Cátia, que se casara um ano depois do meu primo André telefonara pra dar a notícia da sua gravidez, o seu comentário foi: “Mas e o André que não se mexe?” (Ou seja, não foi que legal, parabéns, nada! Nos dias de hoje, acho que até daria para criar uma hashtang: #noninhosincero)

Passei praticamente toda a minha infância e grande parte da minha adolescência com ele. Após aquela “resistência inicial” da parte minha, aos poucos a nossa relação foi se transformando em algo mágico e encantador. Ele era meu parceiro, meu amigo, meu defensor. Como é típico dos “nonos”, fazia de tudo para me agradar, embora às vezes “protestasse” de leve.

Eu sempre gostei de brincar de escola. Inicialmente brincava com meus bonecos e, nas férias, com eles e meus primos. Mas por que usar os bonecos se eu tinha o “noninho”?

Todas as tardes, quando eu voltava da escola, eu preparava, em um caderno, “temas” para ele resolver. Assim, enquanto eu fazia os meus deveres da escola, ele fazia os seus. Português e Matemática. Matemática ele gostava, afinal, tinha sido contador. Português ele fazia protestando. (Até “ditado” eu fazia!). Aqui, uma pausa, para falar sobre a sua caligrafia. Gente! Que escritura linda!!

Além dos “temas”, também fazíamos outras atividades, como jogar escova ou briscola/bisca. Aliás, ele foi quem me ensinou a jogar. A “escova” que jogávamos lá em casa, aliás, é diferente daquela que o meu marido jogava aqui na Itália. Na nossa, para recolher as cartas da mesa precisávamos somar 15 pontos.

Foi também com o meu nono que aprendi a cantar algumas canções em dialeto. Lembro de um lp que tínhamos em casa e o quanto ele ficava feliz quando o colocávamos pra rodar. Até hoje sei de cor músicas como Il mazzolin di fiori, La Verginella, La bella Violeta, Santa Lucia, ecc… E a minha preferida, aquela da formiguinha! Não lembro o nome, mas lembro que era mais ou menos assim:

“Che bel nasin che ha il formiguin! Che brut nason che ha il formigon! E la formiga la va sulla spiga, la prende il grano e poi se ne vá… la và. La và… E la formiga la va sulla spiga, la prende il grano e poi se ne và (…)

Traduzindo: que belo narizinho que tem a formiguinha! Que nariz feio tem o formigão! E a formiga sobe na espiga, pega o grão e vai embora. Lá vai ela, lá vai ela…. E a formiga sobe na espiga, pega o grão e vai embora (…)

Além das canções, foi com ele que aprendi a cantar o Hino Nacional.

Outra coisa que eu gostava muito de fazer era fantasiá-lo. Fantasias, perucas, tudo aquilo que vocês possam imaginar. Nesta brincadeira, minha amiga Liziane era uma grande companheira!

Sabe aquelas amigas que estão “sempre” juntas? Assim éramos nós duas! Quando ela não estava na minha casa, era eu quem estava na dela! E o noninho, vira e mexe, perguntava “de novo” o nome dela. (Com o sobrenome, logicamente). Num desses dias, ela falou: “Liziane Scheer Viapiana”. Repetiu algumas vezes, pois ele dizia: “Hein? Hein?”. Então, num certo momento, ele faz: “Sérvia?” E assim, a partir daquele dia, a “Lizi” passou a ser a “Sérvia”.

Anos depois, ele se apegou também muito à minha amiga Simone, filha da “alemoa”, como ele se referia à sua mãe Teresa, por causa dos cabelos loiros. (Na adolescência, era ela quem ia seguido lá em casa. Eu e a Lizi, tendo ido estudar em escolas diferentes, acabamos nos afastando).

Naquele período, era comum eu ir até a casa da Simone para estudar e acabar ficando pra janta. E ali, na mesa, sempre tinha alguma história do noninho para contar. Sim, ele era um querido, amado por todos!!

Voltando então a alguns episódios da minha infância e adolescência.

Lembro que ele sempre me defendia e eu, obviamente, “me aproveitava” disso. Às vezes a minha mãe me dizia algo, eu resmungava, ele se virava pra ela e dizia. “Por que tu fazes assim com ela?”

Lembro de quando eu tive hepatite e precisei ficar “em isolamento” no quarto. Embora tenham dito para ele que precisava ficar afastado, vira e mexe ele vinha até a porta do quarto “me espiar”, perguntar como eu estava. Uma cena linda de se ver! Ele caminhava devagarinho, e respirava com a boca semi-aberta. Eu escutava os seus passos e o som que fazia enquanto se aproximava “Eh, eh, eh….”.

Lembro que se eu por acaso fosse deitar antes dele, ele ia até o meu quarto, se abaixava pertinho do meu rosto e falava baixinho: “Estás dormindo?” (Geralmente eu estava acordada, mas não abria os olhos, pois aquele seu gesto me divertia)

Falando em diversão: meu nono passava a tarde sentado em uma poltrona, com uma manta no joelho, cochilando ou vendo tv. Caminhava para ir até a cozinha na hora do lanche ou na hora do jantar  de braço com alguém de nós, a passos de “lesma”. Acontece que, às vezes, por um motivo ou outro, todos saíamos, e ele ficava em casa apenas com a Amália que, ao contrário da tia Renée, que passava as tardes sentada ali na sala com ele, muitas vezes fazendo tricô, tinha muitas coisas para fazer. Então, logicamente, não podia ficar ali na sala o fazendo companhia! Pois bem.

Nossa casa é interessante. Ao lado da porta de ingresso, tem uma “faixa”, uma “tira” de vidro, que nos permite enxergar o que está acontecendo do lado de dentro. (Falo no presente porque a casa ainda existe, hoje em dia são meus tios que vivem lá). Temos por hábito”espiar” para dentro antes de abrir a porta para entrar. No tempo do meu nono, aliás, era de praxe “bater na porta, ou melhor, no vidro” para que ele viesse nos abrir. Antes porém de bater, dávamos uma olhada, e… pasmem!! Onde estava o noninho? Em pé, de óculos, lendo as correspondências e as contas que ficavam em cima da prateleira, conferindo as notícias do jornal, etc. Depois, à noitinha, “do nada”, comentava: “Ruben, pagaste aquela conta que vence dia dez?!

Deixávamos passar alguns minutos e  tocavamos a campainha (ou batíamos na porta). Na velocidade da luz, ele se girava ligeiro, ia rapidinho pegar a manta que tinha deixado apoiada na poltrona e vinha abrir a porta, como se tivesse recém levantado. (Não precisa nem dizer que o trajeto”de volta” à sua poltrona demorava o triplo do tempo do trajeto da poltrona até a porta no momento me que ele não sabia de estar sendo observado, não é mesmo?).

Ainda sobre episódios engraçados, existem outros que talvez nem todos achem engraçado, mas eu, tendo-os vivido durante a infância/Pré adolescência, os tenho presente na minha mente de forma leve e divertida.

Certa tarde, a madrinha da minha mãe, dona Maria Viana, tinha vindo lanchar conosco. Estava visita especial merecia, certamente, um lanche especial. Assim, naquela tarde, tínhamos quindins. Pena que quindins, pra quem usa dentadura como o noninho, às vezes podem ser meio “grudentos”. Bom, já dá pra imaginar o que aconteceu, não é mesmo? Sim! O quindim grudou na dentadura!

O noninho, no entanto, acredito que não estava afim de ficar sem saborear aqueles deliciosos quindins. Então, sem exitar, simplesmente tirou a dentadura e “chupou” todo o quindim, ali mesmo, na mesa do café!

Outro episódio engraçado: certa feita, meu tio Paulo, excelente cozinheiro, especialmente em se tratando de peixes e frutos do mar, preparou, dentre outras coisas, lula. Parece, no entanto, que naquele dia, por engano, elas tinham ficado cozidas demais. E quem come lula sabe, se se cozinham demais, tendem a ficar meio borrachudas, tipo chiclete. Ok. Almoçamos, tudo ok. Noninho na sua cadeira /poltrona (Estávamos na praia, mas lá também ele tinha uma poltrona onde ficava sentado!), de repente, do nada, mais ou menos no meio da tarde, observamos que ele começa a mastigar. “O que o senhor está comendo noninho”? Ele abre um pouquinho a boca e, com a língua um pouquinho pra fora, tenta nos mostrar… a lula!!

E quando voltamos da Disney eu e minha mãe, com uma filmadora? Lembro eu filmando na hora do jantar. “Noninho, olha pra lá que a Marian está filmando”! “Fumando??”

E o episódio dele lendo o que estava escrito na camiseta do meu primo? “Sex Pistols!” O que quer dizer? E a minha mãe, na mesma hora: “Seis pistolas”.

Durante alguns anos, usei aparelho móvel nos dentes. Uma manhã, esqueci de colocá-lo e acabei indo para a escola sem. Meu nono, quando foi ao banheiro e viu que o meu aparelho tinha ficado lá, dentro do estojo, exclamou: “Ela esqueceu a dentadura! Ela esqueceu a dentadura”!

Ah, acabei de lembrar de um outro episódio sobre “sinceridade”. Aliás, mais do que sincero, ele era direto.

Eu estava voltando pra casa depois das férias. Na época, eu tinha um canarinho. Quando cheguei em casa, meu tio, minha tia, a Amália, todos me diziam: “Tudo bem? Como foram as férias?”. “Nossa, como estás bronzeada”, etc, etc, etc. Ele, o nono, me olha e me diz: “O passarinho morreu!” É, decididamente, #noninhosincero!

O noninho tinha o dedo indicador da mão direita torto. O motivo? Tinha tentado abrir uma garrafa com um canivete, que escorregou e acabou cortando o nervo.

O noninho tinha vivido histórias trágicas. Além da perda da esposa em um modo tão inesperado e brutal, tinha vivido em família um episódio que parecia saído de um daqueles filmes dramáticos ou tipo thriler. Esta história, aliás, que ele me contou mais de uma vez, eu imaginava tivesse acontecido quando ele ainda era criança. Hoje, no entanto, tendo em mãos a fotografia onde ele aparece com todos os irmãos, me dou conta de que o fato se deu quando ele já estava casado e que, ao contrário do que eu sempre pensei, ele não presenciou o acontecido pessoalmente, mas ficou sabendo a partir do que lhe foi relatado, provavelmente pelos irmãos. (Pelo menos eu acho). Vamos à história:

“Certo dia, seu irmão Antonio queria sair, mas seu pai não tinha permitido. (Não sei detalhes). Ele era o filho mais novo e provavelmente também o mais rebelde. É interessante observar, aliás, que na fotografia dos irmãos, cuja cópia tenho aqui comigo, ele é o único que parece estar “segurando uma risada”. Bom, ele resolveu sair de qualquer jeito, escondido do pai. Combinou então com o seu irmão Sétimo que, ao retornar, bateria de leve na janela, e este lhe abriria a porta. Só que o Sétimo acabou pegando no sono e não escutou quando o irmão bateu. Seu pai, no entanto, despertou com o barulho de alguém tentando entrar em casa. Seguro de que os filhos estavam todos dormindo, pensou que fosse um ladrão. Sem pensar duas vezes, pegou a arma que possuía e disparou, matando o próprio filho. Iria então passar o resto da vida repleto de culpa e remorso, embora pareça que, de uma forma ou outra, “aprendeu” a conviver com isso, pois as lembranças que a minha mãe tem dele são de um nono, acima de tudo, muito brincalhão). Sétimo, o irmão que “pegou no sono”, acabou enlouquecedo e falecendo jovem, em um sanatório.

Não conheço nenhuma história da “mãe” do nono, nem sei se nesta época ela ainda vivia. Dos seus irmãos e irmãs, talvez eu tenha conhecido o Joanin, mas não tenho certeza. Lembro sim muito bem da “tia” Luisa, que morava em uma pequena casa de madeira e que, inverno ou verão, tinha sempre o fogão à lenha aceso, pois preparava sempre pessegadas, uvada, marmelada. Aliás, era famosa por preparar pessegada sem tirar os caroços, porque “davam mais sabor”. Lembro que quando íamos visitá-la eu pedia sempre para ficar no pátio, de tão quente que era dentro de casa. Também lembro do “tio” Arlindo, que ia seguido lá em casa visitar o noninho. Ele também, um querido! E agora, olhando esta foto, ele com a mão apoiada no braço do noninho, vejo o quanto, desde sempre, eles eram unidos!

Voltando ao noninho, o interessante é que lembro de episódios relativamente banais, como a vez em que ele se cortou com uma bomboneira de vidro e o sangue não parava de jorrar. (Fui eu quem fiz o curativo depois), ou a vez em que duas senhoras testemunhas de Jeová tocaram a campainha e ele abriu e depois não iam mais embora, e começaram a assustá-lo falando coisas sem nexo sobre o “Fim do Mundo”. Lembro que eu era ainda criança e as “enfrentei”, dizendo que a gente não acreditava em nada daquilo e etc,etc,etc…

Como já deve ter dado para perceber, eu era muito, muito apegada a ele.  Com o pasar do tempo, aquela criança que inicialmente tinha “medo” do seu nono, passava grande parte do seu dia a beijá-lo e abraçá-lo!

Não tendo sofrido nenhuma “perda” direta, já que meu pai tinha desencarnado antes do meu nascimento, muitas vezes me pegava pensando: como será quando ele falecer?

Aquele tinha sido um dia como outro qualquer. À noitinha, como era de praxe, ele começou a repetir: “Eu vou deitar. Eu vou deitar”. E a gente respondia: “é cedo ainda, espera mais um pouquinho!”. E ele insistindo. Até que eu olho pra ele e digo: “é cedo ainda nono, come uma bala!” “Posso comer uma bala?”, ele perguntou. Eu, naquele momento, jamais poderia ter imaginado que aquelas teriam sido as últimas palavras que eu o teria ouvido pronunciar.

Na manhã seguinte, como de praxe, minha tia levou o café da manhã para ele. Ele comeu e depois voltou pra cama, como sempre fazia. Mais tarde, ao ir chamá-lo para se levantar, minha tia o encontrou caído ao lado da cama. Um derrame atingira o seu corpo, deixando-o paralisado de uma lado e impedindo-o de falar. Foi assim que, por alguns meses, a “vida” da sala se transferiu para o quarto dele. Um sofá, a tv, e ele era cuidado, alimentado. Nunca lhe faltou nada, muito menos afeto. Minha tia acabou se transferindo pra a nossa casa, para ajudar a cuidá-lo. Era final de fevereiro de 1994. Lembro do modo como ele nos olhava. A gente percebia que ele compreendia, embora não pudesse se comunicar! E foi em uma madrugada de final de abril que ele veio a desencarnar.

Lembro que tínhamos pego uma enfermeira para passar as noites com ele, porque a minha tia também precisava descansar. Naquela noite, ela me falou: “Teu avozinho não está bem”, ao que eu respondi: “Eu sei, eu percebi”. E naquela mesma noite eu sonhei. Não, não foi com ele que eu sonhei. Sonhei que eu estava na escola contando que ele tinha falecido. Muito provavalmente, enquanto eu contava no sonho, ele, na “vida real”, se desligava do seu corpo físico.

Eu não assiti ao seu desencarne, mas deve ter sido um momento lindíssimo.

Como assim, o momento da morte ser lindo?

Minha tia há tempos o apelidara de “passarinho”, pois, além de mais magro, o fato de ficar sem usar a dentadura, que obviamente não era mais necessária, fazia com que seus lábios ficassem quase sempre em”biquinho”, exatamente como o bico de um passarinho.

Minha tia há tempos o apelidara de “passarinho”, pois, além de mais magro, o fato de ficar sem usar a dentadura, que obviamente não era mais necessária, fazia com que seus lábios ficassem quase sempre em”biquinho”, exatamente como o bico de um passarinho.

Naquela noite, ao perceberem que ele tinha piorado (respiração acelerada, taquicardia, essas coisas), minha mãe telefonou para as minhas outras tias, que, na época, tinham voltado a morar em Caxias. Minha mãe, a tia Renée e o tio Ruben já estavam lá. Assim, se dirigiram todas lá pra casa, acompanhadas pelos maridos: tia Lourdes com o tio Chico, tia Marlene com o tio Pedrinho e tia Mary com o tio Paulo. Em um certo momento, ele pareceu dar uma melhorada (a famosa melhora da morte?) e as tias disseram para os maridos que podiam voltar para casa. Ele ficou, então, rodeado pelos seus 6 filhos.

Minha família sempre foi muito unida e um sempre respeitou as escolhas do outro. Temos todos uma fé inabalável, mas cada um de nós tem a sua. Assim, naquela noite, o que se observou ali foi um momento de sincretismo religioso excepcional. Eu infelizmente não presenciei a cena, mas deve ter sido algo assim: tia Mary, rezando, não sei se com o terço ou não, mas isso não faz diferença. Pai Nosso, Ave Maria… Tia Marlene rezando a Sutra da Seicho-no-ie, “Chuva de néctar da Verdade”. Tia Lourdes mentalizando o “OM” do Yoga, minha mãe provavelmente fazendo uma impostação de mãos, dando um passe, transmitindo energia. O Bibi ali, observando. A respiração do noninho, inicialmente agitada, foi aos pouquinhos enfraquecendo até que, a tia Renée, inspirada certamente por algum mentor do Plano Espiritual, falou: “Voa, passarinho! Vai ser livre!”. Ele então deu um suspiro e desencarnou. Desencarnou com uma expressão de tranquilidade e paz. Parece que estava só esperando aquela “autorização”, aquele: “Pode ir, a gente vai ficar bem!”.

Acordei com o barulho das gavetas abrindo e fechando. “Uma gravata, onde é que tem uma gravata?”. Nem precisaram me dizer que ele tinha falecido. Eu já sabia.

Naquele dia fui à escola normalmente. Estava indecisa se comparecer ou não ao velório. Minha mãe me deixou livre: “Tu que sabes filha, faz o que o teu coração mandar”. E um certo momento, porém, tomei a decisão. Fui até a secretaria da escola e pedi para ir para casa.

Obviamente, o coordenador me perguntou se eu tinha autorização para sair escrita na agenda. Não, eu não tinha. “Não, eu não tenho, mas é que meu avô faleceu e eu queria ir no velório”. Fui liberada na hora.

O “clima” no velório do noninho era de tanta paz, tanta harmonia, que um menininho de rua entrou nas capelas, sentou em uma das cadeiras e comentou: “Que estranho este enterro, ninguém chora”!!

Pois é. Emoção sim, muita. Choro desesperado, não. Afinal, ele estava bem, em paz. Todos estávamos em paz.

Depois daquele dia, eu iria sonhar com ele muitas e muitas vezes, por muitos e muitos anos. Tenho quase certeza de que não eram simples sonhos, mas que eram sim verdadeiros encontros. Tudo indica que, ligados como sempre fomos, eu, durante o sono, ia em espírito até o plano espiritual em que ele se encontrava. Nunca, após estes encontros/sonhos, acordei triste, nostálgica ou com alguma sensação ruim. Muito antes pelo contrário! Acordava tão bem, tão tranquila, que às vezes precisava até de uns minutos para parar e me dar conta de que… ele tinha MESMO desencarnado! Ele não estava mais aqui!

Agora, faz tempo que não sonho com ele. Quem sabe é porque ele já reencarnou! Ou, quem sabe, uma hora voltaremos a nos encontrar!

Ah, antes de falar como eu imagino que tenha sido o seu “reingresso” no Mundo Espiritual, deixa eu contar uma outra história de quando ele era jovem.

Este episódio ocorreu há muito tempo, quando meu nono e minha nona ainda eram namorados/ noivos. Ela morava na periferia da cidade, em um bairro chamado Galópolis. Meu nono ia até a sua casa, ou melhor, a casa de seus pais, à cavalo. Se vestia todo “chique”, “fatiota” (terno) branca, chapéu. Um dia, exatamente quando estava atravessando uma ponte, o cavalo se assustou. Lá se foram pra dentro do rio cavalo e cavaleiro! E ele foi, mesmo assim, encontrar a noiva! Agora, tentem imaginar a cena: Ao invés de um rapaz todo elegante, vestido de branco, ela se depara com um rapaz todo embarrado!

Para encerrar, gostaria de falar um pouquinho mais sobre o “desencarne” do meu nono, ou melhor, o que fez com que eu encarasse tudo em um modo, por assim dizer, sereno e tranquilo. (Esta parte da história, ao contrário de todo o resto, não pode ser comprovada. Isto não significa, no entanto, que seja menos real).

Então. Certamente ter sido criada dentro da Doutrina Espírita e acreditar, em palavras simples, na “vida após a morte” me ajudou e muito. Ao mesmo tempo em que eu pensava: “como será sem a presença dele perto de mim”, eu também pensava: “puxa, mas seus pais já faleceram; TODOS os seus irmãos, os 8 irmãos já faleceram, sua esposa faleceu. Só “sobrou” ele! Sim, tem seus filhos, seus netos, mas todos já estão crescidos, criados, vivendo as próprias vidas! Não seria egoísmo da parte minha não querer que ele partisse?”

Lembro que um dia, ainda criança, comecei a pensar sobre a morte, ou melhor, a desencarnação. Cheguei à conclusão que era como se aquela pessoa fosse viajar, ou melhor, se mudasse para um lugar bem longe, onde não tinham telefone. Além disso, por ser um lugar mais afastado, o Correio não chegava até lá. Assim, eles não podiam dar notícias, mas sabíamos que estavam bem. (Mal sabia eu que as notícias chegariam, na forma de sonhos, psicografias ou intuiçoes).

Eu sempre imaginei o reingresso do meu nono no Mundo Espiritual com uma cena assim: ele retornando ao seu aspecto jovem, sendo recebido de braços abertos pela minha nona, seu grande amor. Cheguei até a imaginar ela lhe oferecendo, depois de um abraço caloroso, um lindo pedaço de torta! (Plasmado, logicamente). Para quem não sabe, “plasmar” é a ação pela qual os espíritos dão forma à matéria sutil, reproduzindo objetos, comidas, etc).

Agora, com duas fotografias suas aqui na minha frente, uma no seu casamento e outra ele ainda mais jovem, junto à todos os seus irmãos, imagino que ele tenha escolhido ficar exatamente daquela forma. Vejo suas irmas e seu irmão mais velho o abraçando, seu outro irmão lhe batendo nas costas e os 4 menores, felizes, fazendo festa e dançando ao seu redor. Todos alegres, brincando, sorrindo, matando uma saudade cujo tempo não apaga.

O regresso, muitos anos depois, de uma das suas amadas filhas ao plano espiritual, também deve ter sido algo parecido. Exemplo de bondade, caridade e amor incondicional, tenho certeza de que a tia Mary foi recebida por ele e pela nona com todo o amor do mundo!

Às vezes penso que de repente ele até já reencarnou. Quem sabe? Tudo é possível!

Na sua passagem por aqui e nos anos que pudermos conviver, ele deixou um legado muito especial. Jamais esquecerei das coisas que vivi com ele. Das minhas “aventuras”, das brincadeiras e, especialmente, daquilo que ficará para sempre nas memórias do meu coração. O nono, nosso amado noninho, segue presente na minha vida, sempre. Não deu para ele conhecer o meu amado marido (pelo menos não aqui, na Terra), mas quem sabe eles já não andaram se cruzando em Universos afins!

Marian Festugato de Souza

P.S: uma nossa amica muito querida me fez lembrar de uma outra sua  particularidade: quando ele falava no v telefone, com minhas tias, primos, amigos, etc, ele dizia sempre: “Pronto! Com’è la!” E, logo depois, provavelmente  respondendo à  pergunta: “Tudo bem, como estás?” dizia SEMPRE: “Vamos indo!”

 

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Giorno dell’Indio

20 abr

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19 aprile. Oggi è il giorno degli indios.

Ricordo di quando ero bambina e a scuola facevamo dei festeggiamenti. Niente di molto importante, se paragonato alle celebrazioni riservate alla Settimana della Patria o alla Proclamazione della Repubblica, per esempio. In realtà, nient’altro che qualche storia o  canzone, un travestimento, qualche gioco.

 All’epoca, non mi sono mai posta  delle domande a riguardo, nemmeno domande riguardanti le priorità. Nei banchi di scuola, abbiamo imparato poco sui veri proprietari della nostra terra. Abbiamo saputo solo che “si sono lasciati ingannare” dalle “porcherie” “donate” dagli europei e che sono stati “catechizzati” per che le anime potessero essere salvate.

Ehi, aspetta un minuto … che senso ha? Perché le credenze dei conquistatori europei (o sarebbe essere meglio chiamarli esploratori?) dovrebbe avere più valore? Perché Dio è migliore di Tupã, perché il consiglio del Padre ha più valore di quello dello sciamano?

Se Dio è Onnipotente, Onnisciente e Onnipresente, penso che per Lui il modo in cui è chiamato non faccia alcuna differenza. I nostri atteggiamenti invece sì. Quindi torniamo all’argomento principale di questo post, il Giorno degli Indiani.

Non so se il fatto di avere un giorno apposta per essere ricordati sia un aspetto positivo o negativo. Forse entrambi. Sarebbe meglio se non avessimo bisogno di avere un giorno per ricordare coloro che occupavano le terre d’America prima dell’arrivo degli europei. Tuttavia, poiché abbiamo una memoria selettiva, la data finisce per diventare necessaria.

Tornando ai tempi di scuola (intendo quando ero ancora alle elementari), ricordo un “costume”, o meglio, una gonnelina e un top fatti con delle piume giallo- arancioni. Era bellissimo! Ricordo quella canzone: A-uni-cuniti- a -uni. A-uni-cuniti- a-uni. Ai, ai, ai, ipiai, caiene. Aúúúú… .. Aúúúú…. O quella in inglese: One, little two, little three litlle indians… Ricordo anche alcune leggende del nostro folklore e quanto quelle storie mi affascinassero.

Sono italo-brasiliana. 75% di origine europea. Quelli 25% rimanenti, tuttavia, indicano che un po’di sangue indigeno scorre nelle mie vene.

Sembra che mio nonno fosse “bugre”. Per chi non lo sapesse, “bugre” è come venivano chiamati i figli di donne indiane con uomini bianchi, cioè europei. Mi ricordo tantissimo di lui, era di una dolcezza unica. Con la storia della partenza precoce di mio papà, tuttavia, la mia convivenza con i miei nonni paterni è stata molto inferiore riguardo a quella che ho avuto con mio nonno materno, che ha persino vissuto con noi (o eravamo noi quelli che hanno vissuto con lui?) per tanti anni.

Ricordo che andavamo a casa dei miei nonni paterni alle domeniche (non tutte) e in alcuni altri giorni sparsi. Di solito restavamo in cucina (mia nonna era una pasticciera e aveva sempre delle torte e dolcetti da offrire). Non ricordo molto di ciò di cui parlavamo, ma ricordo che mia nonna (e le mie zie) erano più estroverse, “loquaci” come si suol dire, mentre mio nonno era più timido, tranquillo. Spesso lo  trovavo a prendersi cura dei fiori nel piccolo giardino e mi ricordo anche di lui seduto su una poltrona in cucina, più che a parlare, a sorridere e osservare.

Oggi mi rendo conto di quanto poco so della storia familiare di mio padre. Forse perché, trascorrendo molto tempo insieme, mio ​​nonno materno non aveva solo più tempo, ma forse un certo bisogno di raccontare storie della sua vita, forse in modo che quei ricordi non svanissero. Forse perché quando io e mia madre andavamo a trovare la famiglia di mio padre, mia nonna e mie zie passavano così tanto tempo a schiacciarmi le guance e cercare di capire perché non amassi quei dolci fatti con tanto affetto (sono sempre stata più “fan” dei salati), che alla fine finivamo per parlare di cose più “banali”, o forse non banali, ma più “attuali”. Per non parlare del fatto che molte volte, a seconda di chi era presente, solo la mia presenza era causa di così tanta emozione che alcuni parenti, per alcuni istanti, con gli occhi pieni di lacrime, restavano semplicemente senza parole. “Sei il ritratto di tuo padre”, dicevano. E quando dicevo qualcosa di intelligente o ironico, ecco. Era l’ultima goccia. Il fatto è che non so praticamente nulla della storia da questa parte della mia famiglia.

Qualche mese fa, pensando di iniziare a mettere su carta alcuni ricordi e rapporti di famiglia, ho persino chiesto al nostro gruppo familiare di Whatsapp se le mie zie potevano raccontarmi  alcuna storia, qualche ricordo, qualcosa di interessante, bello, divertente. Ma non ho avuto risposta.

È stata mia madre a raccontarmi che mio nonno Vercedino era un “bugre”. (Ed era di Vacaria). Figlio di un uomo bianco (leggi: europeo) con una donna india. Quindi, ho una bisnonna india!

Un’altra storia raccontata da mia madre è che all’inizio i genitori di mia nonna paterna, italiani, erano contrari alla sua storia d’amore con quell’uomo dalla pelle più scura, proveniente dalla campagna. Uomo semplice, onesto, lavoratore. Purtroppo, il mix di razze da sempre continua a suscitare pregiudizi (preconcetti) e discriminazioni. Mia madre dice che mia nonna non si è mai arresa e ha combattuto per lui. Non so se abbia mai lasciato la casa o se avesse appena minacciato di scappare. So solo che il fidanzamento è stata accettato, hanno finito per sposarsi e derano origine ad una famiglia che è un pezzo di me. (Ah, come vorrei avere maggiori dettagli di questa storia!)

Sempre sugli indios. Ha voluto il destino che, anni dopo, mia madre finisse per partecipare ad alcuni incontri di sciamanesimo e finisse per diventare molto, molto amica di uno sciamano di una tribù del Alagoas, chiamata Kariris-Xoko. (Più tardi, ho saputo che questo “Leader spirituale”, come è noto nella sua tribù, guida (e sostiene) gruppi di diverse tribù: Kariri, Xokó, Funi-O. Ed è stato attraverso di lui, o meglio, attraverso mia madre, che ho saputo che nei villaggi non tutti possono uscire per andare in città: quelli che escono, per vendere degli artigianati o  dare dei corsi, come nel caso del Maestro Thydio, lo fanno con l’obbietivo di guadagnarsi da vivere non solo per se stessi e la propria famiglia , ma per tutti i membri della tribù. Cioè, il collettivo va oltre l’individuale.

La mia pelle chiara che però si abbronza facilmente e i miei capelli scuri, forse possono rappresentare un po ‘dell’india che abita in me. Gli occhi chiari, quel “qualcosa” di europeo. Tuttavia, forse ciò che rappresenta maggiormente “l’india che vive in me” non riguarda l’aspetto fisico, ma l’emozione. L’emozione che provo quando sento l’odore della terra bagnata, l’emozione e il luccichio nei miei occhi davanti al sacro di un fuoco, la passione per i delfini, il gusto di ascoltare i suoni della natura. Il canto degli uccelli, il rumore del mare.

Il Giorno degli Indiani è molto vicino al Giorno di Tiradentes, uno dei martiri per l’indipendenza del Brasile. Con la differenza, tuttavia, che il giorno di Tiradentes è una festa nazionale. Questo però non ha a che fare con l’argomento di questo testo, è solo un’informazione in più.

Ritornando al mio “essere india” anche senza esserlo, è sorprendente come il mondo spirituale lavora per far sì che le cose accadino, le persone si incontrino, le storie possano essere vissute e rivissute. Chi avrebbe detto che un giorno mia madre avrebbe conosciuto un “vero indio” e, soprattutto, uno sciamano!

In una delle prime volte in cui mio marito (all’epoca mio fidanzato) è andato in Brasile, questo indio era proprio in città e, guarda caso, abbiamo avuto il privilegio di far benedire la nostra unione. Non c’è stato niente di “pazzo” o strano. Egli ci ha semplicemente dato un “passe” e ci ha chiesto di ripetere ciò che diceva. Era una preghiera, con parole come amore, stare insieme, gioia, pace, salute…

Parlando di storie che si ripetono, ma in un altro modo: mia nonna era disposta a lasciarsi tutto alle spalle per andare con mio nonno. Molti anni dopo, sono stata io a fare un passo simile. Con la differenza, tuttavia, che non ho dovuto affrontare nulla tranne le ore di volo che separano i due continenti. Se ci penso, è un dato di fatto, entrando sempre nell’argomento “storie di famiglia”, che ho fatto il viaggio che, in passato, era stato fatto dai miei bisnonni, ma in senso inverso e, naturalmente, senza le difficoltà e le sofferenze di quel tempo. Questo, tuttavia, è oggetto di un altro testo.

La presenza di sangue indio in me è emersa ancora di più quando, nel 2018, abbiamo tenuto una cerimonia sciamanica per il nostro matrimonio. In effetti, non abbiamo fatto mancare nulla! Teoricamente, ci siamo sposati 3 volte. Matrimonio civile, benedizione religiosa e matrimonio sciamanico. Non ci è mancato amore o protezione!

Confesso che tutte le cerimonie sono state bellissime e indimenticabili, ma nessuna mi ha causato così tanta emozione come la cerimonia sciamanica. Sebbene mia madre abbia preso parte attiva alla celebrazione, non credo che questo sia stato il motivo principale. L’energia e la vibrazione durante le canzoni, le persone che formano un cerchio non separato, ma INSIEME a noi e le incredibili immagini che il fuoco acceso per il rituale formava, parlavano da sole. Molte di quelle immagini, infatti, mi sono resa conto solo guardando, alcuni mesi dopo, delle fotografie. Quella cerimonia fu così, ma così forte, così toccante, che rabbrividisco al pensiero. Le promesse che ci siamo scambiati, la giornata perfetta, l’armonia tra la fine della cerimonia e il rintocco dell’orologio. La sensazione non era quella di una ragazza bianca (che sono) cha fa un rito per mostrarsi al marito europeo. Quello che ho sentito è difficile da descrivere. In quel momento, ho sentito la presenza dei miei antenati ed ero sicura che, sebbene in una percentuale molto piccola, faccio veramente parte di tutto questo, sono anch’io una con il mondo, con la natura, con tutto ciò che viene da Dio.

Quindi, tornando al giorno degli indios. Io me lo ricordo sempre, ma quest’anno in particolare, “contaminata” dalla situazione attuale, la data si è fatta ancora più presente in me. Osservando i cambiamenti verificatisi in natura negli ultimi mesi, non ho potuto fare a meno di pensare a quanto il popolo indigena, così spesso considerato inferiore, sia in realtà un popolo molto più evoluto di quanto possiamo immaginare. Che la vera intelligenza, la vera evoluzione, la vera saggezza, non è quella che sa gestire meglio il denaro, che in realtà è un’invenzione dell’uomo. Non è quella che sfrutta le risorse che vengono offerte fino al limite massimo. La vera saggezza è saper usare ciò che ci viene offerto (dalla natura,  dagli animali, dagli altri) con equilibrio e moderazione.

Guardate bene, non sto parlando di cose come diventare vegetariano o trasferirsi in mezzo al bosco o alla foresta. Sto parlando di imparare a convivere con ciò che è necessario. Sto parlando di valorizzare la saggezza che esiste nella semplicità. Di sfruttare la tecnologia che abbiamo il privilegio di possedere per portare la pace, la conoscenza, per propiziare incontri, fare riunioni. Ora, tornando a parlare in modo specifico della natura: in questi mesi di isolamento, l’inquinamento è diminuito, l’aria è tornata ad essere buona da respirare, gli uccelli hanno tornato a cantare. Animali selvaggi sono stati visti a passeggiare per la città, tranquilli, come se gli fosse stato detto: ok, potete vincere la paura, il mondo è di nuovo vostro. Mamme di anatre in giro con i loro anatroccoli, piccoli cervi che camminano in centro, cicogne e pappagalli che volano qui vicino a casa. Alcune scene che possono persino sembrare bizzarre. Scene che, forse, se avessimo imparato (con gli indiani) a vivere in armonia con tutti gli esseri della natura, potrebbero non essere così strane. In effetti, forse se fossimo stati meno ambiziosi e meno individualisti, la natura stessa ci avrebbe aiutati a combattere questa che, magari, non sarebbe nemmeno diventata una pandemia così grave. Attenti a ciò che sto dicendo: non sto parlando che il virus non sarebbe esistito. Egli fa parte della natura, dell’evoluzione stessa. Tuttavia, sono convinta che se fossimo stati meno egoisti e più grati (con la natura, con gli animali e soprattutto l’uno con l’altro), oggi non saremmo in questa situazione. Una situazione di paura, insicurezza, incertezze riguardo al futuro.

Sembra che questa sia una chiamata dalla Madre Terra, per tornare alle nostre origini. Chiedendoci di purificarci, perché essa sta cercando di fare lo stesso. Forse è tempo di prendere quel vecchio libro di Storia e chiederci: gli indiani, come affrontavano le calamità, le tempeste, le avversità? Soprattutto, credo, con accettazione e gratitudine. Ad ogni tempesta, una lezione.

Oggi, 19 aprile, giorno degli indios, è un giorno per pensarli con gratitudine. E  di ripensare il modo in cui conduciamo le nostre vite. Le nostre priorità, sogni, valori e ambizioni. E io, Marian (Festugato) de Souza, cercherò di andare alla ricerca di maggiori dettagli sulla mia storia, sulla storia della mia vita, sulle mie origini indigene che, mescolate con le mie parti europee, mi hanno fatto essere esattamente quello che sono: un persona, soprattutto, felice.

Per concludere, due piccole letture, senza grandi rituali di preparazione: ora pescerò 2 carte: una, una carta sciamanica, che mi darà un “Animale di Potere”, la cui energia è presente in questo momento in cui scrivo queste parole. L’altra, una carta del Sentiero Sacro, che mi mostrerà la strada da scoprire d’ora in avanti. Eccoci:

Scheda 24: la Cornacchia. (Veramente, esistono coincidenze. La cornacchia è un animale molto presente qui! Ieri, due di loro stavano facendo delle “lunghe chiacchierate”, uno su un’antenna dell’edificio di fronte, l’altra letteralmente sopra le nostre teste). Bene, andiamo a vedere cosa questa carta rappresenta:

 “La cornacchia è un presagio di cambiamento. La cornacchia vive nel vuoto e non è soggetta alle leggi del tempo. I vecchi capi ci hanno avvertito che la cornacchia è in grado di sperimentare simultaneamente le tre dimensioni temporali: passato, presente e futuro. La cornacchia unisce la luce e l’oscurità, percependo sia la realtà interna che quella esterna.”

“Se hai preso la carta della cornacchia,è un segno che dovresti fermarti e riflettere su come vedi il rapporto tra le leggi dell’umanità e le Leggi del Grande Spirito. L’energia della cornacchia ci offre una nozione di ciò che è giusto o sbagliato di gran lunga superiore a quello stabilito dalle convenzioni umane. Se usi l’energia della cornacchia, la tua voce sarà forte nel suggerire soluzioni per ciò che è sbilanciato, disarmonico, irragionevole o ingiusto”. (…)

“Quando permetterai alla tua integrità personale di essere la tua unica guida, il tuo senso di isolamento svanirrà e il tuo potere personale emergerà, per darti forza, coraggio e determinazione a lottare per la tua verità. La prima regola a cui le persone del totem della cornacchia devono obbedire è qella di essere fedeli alle proprie convinzioni personali. (…)

“Difendere la sua verità, cercando di bilanciare passato, presente e futuro nell’adesso. Aiutare a costruire un mondo di pace”.

Scheda 10: Scudo dell’Ovest (introspezione / obiettivi): già il titolo mi fa pensare: incredibile! Stiamo giustamente vivendo un periodo in cui, isolati a casa, siamo automaticamente portati ad essere più introspettivi. O no? Quindi vediamo cosa ci dice questa carta:

“Scudo dell’Ovest, il potere delle donne alla ricerca di risposte.

Luogo della caverna dell’orso femmina, luce ad ovest del Nonno Sole.

L’orizzonte di domani mi darà nuove forze

Per raggiungere i miei obiettivi.

“Capacità di esercitare l’interiorizzazione e l’introspezione. Energia femminile, più ricettiva. “L’utero della donna è il luogo in cui tutte le idee, come i bambini, vengono alimentate e nascono”. > In passato eravamo la generazione futura in relazione ai nostri genitori. Tutto ciò che il futuro riserva è sempre a Ovest, il luogo delle nostre albe. Il posto dove “guardare dentro”(…)

“Quando capiremo che lo spirito di tutte le altre forme di vita vive all’interno dei nostri corpi (cioè che siamo UNO con l’Universo), inizieremo a capire che possiamo guardare dentro, alla ricerca di tutte le risposte”. 

“Le nostre cellule, all’interno dei nostri corpi terreni, custodiscono il ricordo di tutto ciò che è già accaduto. Le risposte sono contenute nel potenziale di conoscenza del nostro spirito”.

 Quindi andiamo all’applicazione:

“Se lo scudo dell’ovest è apparso nella sua sequenza, l’orso femmina ti sta chiedendo di osservare i tuoi obiettivi attuali e capire come influenzeranno il tuo futuro. 

Le risposte che cerchi appartengono al tuo mondo interiore? Altrimenti, potrebbe essere un buon momento per entrare nel silenzio e digerire le domande, in modo che le proprie risposte individuali possano iniziare a emergere. 

La femmina dell’orso ci ricorda anche che lo scudo del Sud è il posto di tutti i domani. Se hai ancora paura dell’ignoto, potrebbe essere  arrivato il momento di dissipare tutte le paure. 

Il coraggio di raggiungere questa chiarezza interiore è la più grande cura che la femmina dell’orso può offrirti. Chiama la femmina dell’orso e riempiti di coraggio, con la finalità di aprirti a cose nuove nella tua vita. 

Come risposta a qualsiasi domanda, lo scudo dell’ovest parla della capacità di raggiungere i nostri obiettivi e del pieno riconoscimento delle nostre forze interiori. 

Lo scudo dell’ovest sottolinea il potere di scoprire e conoscere le nostre risposte. Ricorda che le opinioni degli altri finiscono per mescolarsi con i nostri stessi dubbi, diventando limitazioni, ogni volta che ci dimentichiamo di entrare nel nostro proprio silenzio.

Concludo qui, desiderando che questo testo sia visto come un’opportunità di riflessione.

Marian de Souza.

 

Dia do Índio

20 abr

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19 de abril. Hoje se comemora o dia do índio.

Lembro de quando eu era criança e na escola fazíamos as comemorações. Nada de muito importante, se compararmos às comemorações reservadas à Semana da Pátria ou à Proclamação da República, por exemplo. Na verdade, nada além de alguma história ou canção, uma fantasia, alguma brincadeira.

Na época, nunca fiz grandes questionamentos a respeito, nem mesmo questionamentos que dizem respeito à prioridade. Nos bancos escolares, aprendemos pouco sobre os verdadeiros donos da nossa terra. Sabemos apenas que eles “se deixaram enganar” pelas porcarias “doadas” à eles pelos europeus e que foram “catequizados” para que as almas pudessem se salvar.

Ei, espera aí… que sentido isto faz? Por que a crença dos conquistadores (ou seria melhor chamá-los exploradores?) europeus deveria ter mais valor? Por que Deus é melhor do que Tupã, por que o conselho do Padre tem mais valor do que o do Xamã?

Se Deus é Onipotente, Onisciente e Onipresente, acho que para Ele a forma como vem chamado não faz a mínima diferença. As nossas atitudes sim. Voltemos então ao assunto principal deste post, o Dia do Índio.

Não sei se o fato de ter um dia para serem lembrados seja um aspecto positivo ou negativo. Talvez ambas as coisas. Melhor seria se não tivéssemos a necessidade de ter um dia para lembrar daqueles que ocupavam as terras da América antes da chegada dos europeus. Como no entanto temos memória seletiva, a data acaba se fazendo necessária.

Voltando aos tempos da escola (me refiro à quando eu ainda fazia o primeiro grau), lembro de uma “fantasia”, ou melhor, de uma roupa de indiazinha toda de penas amarelas. Era linda! Lembro daquela canção: A-uni-cuniti- a -uni. A-uni-cuniti- a -uni. Ai, ai, ai, ipiai, caiene. Aúúúú….. Aúúúú…. Ou daquela em inglês: One, little two, little three litlle indians… Também lembro de algumas lendas do nosso folclore e do quanto aquelas histórias me fascinavam.

Sou italo-brasileira. 75% de origem europeia. Aqueles 25% restantes, no entanto, indicam que um pouco de sangue indígena escorre pelas minhas veias.

Parece que meu avô era bugre. Para quem não sabe, “bugre” é como eram chamados os filhos de índias com homens brancos, ou seja, europeus. Eu lembro muito dele, de uma doçura sem igual. Com a história da partida precoce do meu pai, no entanto, a minha convivência com meus avós paternos foi bem menor respeito àquela que tive com meu avô materno, que inclusive morou conosco (ou fomos nós que moramos com ele?) durante muitos anos.

Lembro de ir na casa dos meus avós paternos nos domingos (não em todos) e saltuariamente em outros dias. Geralmente ficávamos na cozinha (minha avó era doceira e sempre tinha tortas, bolos e doces para oferecer). Não lembro muito do que conversávamos, mas lembro que a minha avó (e as minhas tias) eram mais expansivas, “conversadeiras” como se costuma dizer, enquanto que o meu avô era mais tímido, tranquilo. Seguido o encontrava cuidando das flores do pequeno jardim e lembro também dele sentado numa poltrona que tinha na cozinha, mais do que falando, simplesmente sorrindo e observando.

Hoje me dou conta de como sei pouco a respeito da história da família do meu pai. Talvez porque, passando muito tempo juntos, meu avô materno tinha não apenas mais tempo, mas talvez uma certa necessidade de contar histórias da sua vida, talvez para que aquelas memórias não acabassem por se esvair. Talvez porque quando eu e a minha mãe íamos visitar a família do meu pai, minha avó e minhas tias passavam tanto tempo a esmagar as minhas bochechas e tentando entender a razão pela qual eu não amava aqueles doces feitos com tanto carinho (Sempre fui mais fã de salgados), que no fim acabávamos conversando sobre coisas mais “banais”, ou talvez não banais, mas mais “atuais”. Sem falar que muitas vezes, dependendo de quem estava presente, somente a minha presença ali era motivo de tanta emoção que alguns parentes, por alguns instantes, olhos marejados de lágrimas, ficavam simplesmente sem palavras. “És o retrato do teu pai”, diziam. E quando eu falava alguma coisa inteligente ou irônica, pronto. Era a gota d’agua. Fato está que não sei praticamente nada da história deste lado da minha família.

Há alguns meses, pensando em começar a colocar no papel algumas memórias e relatos de família, cheguei a pedir no nosso grupo da família do Whatsapp se minhas tias podiam me contar alguma história, alguma lembrança, algo de interessante, legal, divertido. Mas não obtive resposta.

Foi minha mãe quem me contou que meu vô Vercedino era bugre. (E que era de Vacaria). Filho de homem branco (leia-se: europeu) com uma índia. Então, eu tenho bisavó índia!

Outra história que a minha mãe contou é que no início os pais da minha avó paterna, italianos, eram contra o seu romance com aquele homem de tez mais escura, de terras da campanha. Homem simples, honesto, trabalhador. A mistura de raças, desde sempre, segue, infelizmente, despertando preconceitos (pré- conceitos) e discirminações. Minha mãe conta que a minha avó não se deu por vencida e lutou por ele. Não sei se chegou a sair de casa ou se só ameaçou fugir. Só sei que o namoro foi aceito, acabaram casando e gerando uma família que é um pedaço de mim. (Ah, como eu gostaria de saber mais detalhes sobre esta história!)

Sempre sobre índios. Quis o destino que, anos depois, minha mãe acabasse participando de alguns encontros de xamanismo e tenha ficado muito, muito amiga de um xamã de uma tribo do Alagoas, chamada Kariri- Xoko.  (Depois, soube que este “Líder Espiritual”, como é conhecido na sua tribo, lidera (e sustenta) grupos de tribos diversas: Kariri, Xokó, Funi-O. E foi através dele, ou melhor, através da minha mãe, que soube que, nas aldeias,  não são todos aqueles que podem sair para a cidade. Que os que saem, apra vender artesanatos ou dar cursos, como no caso do Mestre Thydio, o fazem com o intuito de conseguir sustento não apenas para si e sua família, mas para todos os membros da tribo. Ou seja, o coletivo perspassa o individual.

Minha pele clara mas que bronzeia com facilidade e meus cabelos escuros talvez representem um pouco da índia que habita em mim. Os olhos claros, aquele “quê” de europeu. No entanto, talvez o que mais represente a “índia que habita em mim” não tenha a ver com o aspecto físico, mas com a emoção. A emoção que sinto ao sentir o cheiro de terra molhada, a emoção e o brilho nos olhos diante do sagrado de um fogueira, a paixao pelos golfinhos, o gosto por escutar os sons da natureza. O canto dos pássaros, o barulho do mar.

O Dia do índio é muito próximo ao Dia de Tiradentes, um dos mártires da Independência do Brasil. Com a diferença, no entanto, que o dia de Tiradentes é feriado nacional. Isto, no entanto, não tem a ver com o argumento deste texto, é somente uma informação a mais.

Voltando ao meu “ser índia” mesmo sem o ser, é incrível como o Mundo Espiritual trabalha para que as coisas aconteçam, as pessoas se encontrem, histórias sejam vividas e revividas. Quem diria que, um dia, a minha mãe iria conhecer um “índio de verdade” e, ainda por cima, um xamã (ou um pajé, como preferirem).

Em uma das primeiras vezes em que meu marido (na época namorado) esteve no Brasil, este índio estava justamente na cidade e, olhem só, tivemos o privilégio de ter a nossa união abençoada. Não foi nada de “maluco” ou estranho. Ele simplesmente nos deu um “passe” e nos pediu para repetirmos o que ele falava. Era uma oração, com palavras como amor, união, alegria, paz, saúde…

Falando sobre histórias que se repetem, porém de um outro modo: minha avó estava disposta a deixar tudo pra trás para seguir com meu avô. Muitos anos depois, fui eu quem deu um passo parecido. Com a diferença, no entanto, que não precisei enfrentar nada a não ser as horas de voo que separam os dois continentes. Aliás, se páro para pensar, entrando agora sempre na questão de histórias familiares, eu fiz a viagem que, no passado, tinha sido feita pelos meus bisavós, porém em sentido inverso e, logicamente, sem as dificuldades e sofrimentos da época. Este, porém, é assunto para outro texto.

A presença de sangue indígena em mim se aflorou ainda mais quando, em 2018, realizamos uma cerimônia xamânica para o nosso casamento. Aliás, não deixamos faltar nada! Teoricamente, casamos 3 vezes. Casamento civil, bênção religiosa e casamento xamãnico. Não foi por falta de amor ou proteção!

Confesso que todas as cerimônias foram lindas e inesquecíveis, mas nenhuma me causou tanta emoção como a cerimônia xamânica. Embora a minha mãe tenha tido uma participação ativa na celebração, não creio tenha sido esta a razão principal. A energia e vibração durante os cantos, as pessoas formando um círculo não à parte, mas JUNTOS conosco e as incríveis imagens que iam se formando na fogueira que foi acesa para o ritual, falavam por si só. Muitas daquelas imagens, aliás, só me dei conta olhando, meses depois, algumas fotografias. Aquela cerimônia foi tão, mas tão forte, tão tocante, que me arrepio só de pensar. As promessas trocadas, o dia perfeito, a sintonia entre o final da cerimônia e as badaladas do relógio. A sensação  não era a de uma garota branca (que sou) fazendo um rito para se mostrar ao marido europeu. Aquilo que senti é difícil descrever. Naquele momento, senti sim a presença dos meus ancestrais e tive a certeza de que, embora em um percentual bem pequeno, eu faço sim parte deste todo, eu também sou uma com o Mundo, com a natureza, com tudo aquilo que vem de Deus.

Então, voltando ao dia do índio. Eu lembro sempre, mas este ano em particular, “contaminada” pela situação atual, a data se fez, dentro de mim, ainda mais presente. Observando as mudanças ocorridas na natureza nestes últimos meses, não pude deixar de pensar no quanto o povo indígena, tantas vezes considerado inferior, é na verdade um povo muito mais evoluído do que podemos imaginar. Que a verdadeira inteligência, a verdadeira evolução, a verdadeira sabedoria, não é a que sabe lidar melhor com o dinheiro, que aliás é uma inveção do homem. Não é a que explora os recursos que lhe são oferecidos até o limite máximo. A verdadeira sabedoria é saber fazer uso do que nos é oferecido (pela natureza, pelos animais, pelo outro) com equilíbrio e moderação.

Vejam bem, não estou falando de coisas como virar vegetariano ou se mudar para o meio do mato ou da floresta.  Estou falando de aprender a viver com o necessário. Estou falando de valorizar a sabedoria que existe na simplicidade. Em aproveitar a tecnologia que temos o privilégio  de possuir para levar paz, conhecimento, para propiciar encontros e reencontros. Agora, voltando a falar especificamente da natureza: nestes meses de confinamento, a poluição diminuiu, o ar voltou a ser respirável, os pássaros voltaram a cantar. Animais selvagens têm sido vistos em giro pela cidade, tranquilos, como se lhes tivessem dito: ok, podem perder o medo, o mundo é de novo de vocês. Mamães pato em giro com seus patinhos, filhotes de cervo passeando em pleno centro, cegonhas e papagaios voando aqui pertinho de casa. Algumas cenas que podem até parecer bizarras. Cenas que, talvez, se tivéssemos aprendido (com os índios) a conviver em harmonia com todos os seres da natureza, talvez não fossem tão estranhas assim. Aliás, talvez se tivéssemos sido menos ambiciosos e menos individualistas, a própria natureza iria nos ajudar no combate à esta que, quem sabe, nem chegaria a virar uma pandemia tão grave. Atentem ao que estou dizendo: não estou falando que o vírus não teria existido. Ele faz parte da natureza, da própria evolução. No entanto, tenho a convicção de que, se tivéssemos sido menos egoístas e mais gratos (com a natureza, com os animais e especialmente uns com os outros), hoje não estaríamos nesta situação. Uma situação de medo, insegurança, incertezas em relação ao futuro.

Parece que este é um chamado da Mãe Terra, para que voltemos às nossas origens. Nos pedindo para nos purificarmos, pois ela está tentando fazer o mesmo. Talvez seja a hora de pegarmos aquele velho livro de História e nos perguntarmos: os índios, como enfrentavam as intempéries? Acima de tudo, acredito, com aceitação e gratidão. A cada tempestade, uma lição.

Hoje, dia 19 de abril, dia do índio, é dia de pensarmos neles com gratidão. E de repensar o modo como conduzimos as nossas vidas. Nossas prioridades, sonhos, valores e ambições. E eu, Marian (Festugato) de Souza, tentarei ir em busca de mais detalhes sobre a minha hstória, sobre a história da minha vida, das minhas origens indígenas que, misturadas com os meus lados europeus, me fizeram ser exatamente quem sou: uma pessoa, acima de tudo, feliz.

Pra finalizar, duas pequenas leituras, sem grandes rituais de preparação: pescarei agora 2 cartas: uma, uma carta xamânica, que me dará um “Animal de Poder”, cuja energia é presente neste momento em que escrevo tais palavras. A outra, uma carta do Caminho Sagrado, que me mostrará o caminho a ser descoberto daqui pra frente. Vamos lá:

Carta 24: a Gralha. (Realmente, não existem coincidências. A gralha é um animal muito presente por aqui! Ontem, duas delas batiam “longos papos”, uma em uma antena do prédio da frente, a outra literalmente sobre as nossas cabeças). Bom, vamos ver o que esta carta representa:

“ A gralha é um presságio de mudança. A gralha vive no vazio e não está sujeita às leis do tempo. Os antigos chefes nos advbertiram que a gralha é capaz de viver simultaneamente as tres dimensoes temporais: passado, presente e futuro. A gralha funde a luz e as trevas, percebendo tanto a realidade interior quanto a exterior.”

“Se voce tirou a carta da gralha, é sinal que deve fazer uma pausa e refletir sobre a maneia como encara a relação entre as leis da humanidade e as Leis do Grande Espírito. A energia da gralha nos oferece umanoção do que é certo ou errado muito superior àquela estabelecida pelas convenções humanas. Se voce usar a energia da gralha sua voz será forte quando sugerir soluções para o que estiver desequilibrado, fora de harmonia, for despropositado ou injusto”.(…)

“À  medida que voce permitir que sua integridade pessoal seja seu unico guia, seu sentimento de isolamento irá se desvanecer e seu poder pessoal irá aflorar, para lhe dar força, coragem e determinação para lutar por sua verdade. A primeira regra que as pessoas do totem da gralha tem que obedecer é a de serem fiéis às suas próprias convicções pessoais.  (…) Defender a sua verdade, buscando equilibrar o passado, o presente e o futuro no agora. Auxiliar na contrução de um mundo de paz.

Carta 10: Escudo do Oeste (introspecção/objetivos): já o título me faz pensar: incrível! Estamos justamente vivendo um período em que, isolados em casa, somos automaticamente levados a sermos mais introspectivos. Ou não? Vejamos então o que a carta diz:

“Escudo do Oeste-, O poder da mulher em busca de respostas.
Lugar da caverna do urso, luz poente do Avô Sol.
O Horizonte do Amanhã me dará novas forças
Para alcançar meus objetivos”.

“Capacidade de exercer a interiorização e a introspecção. Energia feminina, mais receptiva. “O ventre da mulher é o lugar onde todas as ideias, assim como os bebes, são alimentadas e chegam à existência”. >Nós já fomos, em tempos passados, a geração futura em relação aos nossos pais. Tudo aquilo que o futuro nos reserva está sempre a Oeste, o lugar dos nossos amanhas. O lugar do “olhar para dentro”. (…)

Quando entendermos que o espírito de todas as outras formas de vida vive dentro dos nossos corpos (ou seja, que somos UM com o Universo), começaremos a compreender que podemos olhar para dentro, em busca de todas as respostas.

As nossa células, dentro de nossos corpos terrenos, guardam a memória de tudo o que já aconteceu. As respostas estão contidas no potêncial de conhecimento de nosso espírito.

Vamos então à aplicação:

“Se o Escudo do Oeste apareceu em sua sequência, a ursa está lhe pedindo para observar seus atuais objetivos e compreender como eles afetarão o seu futuro.

Será que as respostas que você procura pertencem a seu próprio mundo interno? Caso contrário, este pode ser um bom momento para penetrar no silêncio e digerir as perguntas, de forma que as próprias respostas individuais possam começar a emergir.

A ursa também nos lembra de que o Escudo do Sul é o local de todos os amanhãs. Se você ainda tem medo do desconhecido, pode ter chegado a hora de dissipar todos os temores.

A coragem de conseguir esta clareza interna é a maior cura que a ursa pode lhe oferecer. Chame pela ursa e encha-se de coragem, a fim de abrir-se para novas coisas em sua vida.

Como resposta a qualquer pergunta, o escudo do oeste fala da capacidade de concretizar nossos objetivos e do pleno reconhecimento de nossas forças interiores.

O escudo do oeste enfatiza o poder de descobrir e conhecer as nossas próprias respostas. Lembre-se de que as opiniões dos outros acabam misturando-se às nossas próprias dúvidas, transformando-se em limitações, sempre que nos esquecemos de entrar em nosso próprio silêncio.”

Finalizo por aqui, desejando que este texto seja visto como uma oportunidade de reflexão.

Marian de Souza

Quarantena, Quaresima, 40 giorni

10 abr

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9 marzo. Lunedì 9 marzo è stato l’ultimo giorno che sono uscita di casa, tranne che per brevi uscite settimanali di 15, 20 minuti per andare a comprare frutta e verdura.

Il giorno prima, l’8 marzo, ho appreso che le scuole, chiuse dal Carnevale Ambrosiano, sarebbero rimaste chiuse. Quindi, molto probabilmente il giorno dopo sarei tornata al lavoro, questa volta però a tempo pieno. Quella sera però ho saputo che il bambino con cui lavoro non era tornato a Milano, almeno non quella domenica e di conseguenza lunedì avrei ancora il giorno libero.

Nell’attesa di dover tornare al lavoro in qualsiasi momento, ho approfittato quel lunedì nuvoloso per verificare la possibilità di fare il tragitto da casa mia al posto di lavoro in bicicletta. In quel periodo, il coronavirus era già “in giro”, sebbene che a parte la chiusura di scuole, teatri e musei, in un modo generale la vita continuava a scorrere “normalmente”. I luoghi affollati, tuttavia, andavano evitati e, quindi, ho avuto l’idea di usare la bicicletta piuttosto che utilizzare i mezzi pubblici. L’ultima volta che ero stata sull’autobus era stato il 28 febbraio. Come mi ricordo? Semplice. Ero andata a fare la spesa al supermercato e avevo pagato il conto con Satispay. Ed è lì, nell’app, che è rimasto il registro del pagamento, data compresa. Ecco perché lo so.

40 minuti. 40 minuti è stato il tempo che o messo per andare da casa mia al mio posto di lavoro. Questo pedalando ad una velocità “normale”, dopo tutto, non sono una maratonista, non sono una amante dello sport e, soprattutto, non avrebbe avuto senso arrivare sul posto di lavoro stanca o “col fiatone”. Mi ci sono voluti 40 minuti, seguendo un percorso che avevo precedentemente visto sia su Google Maps che su una mappa “normale”, una mappa che abbiamo a casa da quando mi sono trasferita qui. Ho scelto, forse, non il percorso più breve, ma quello più facile, il giro più semplice. Inoltre, sempre che possibile, ho optato per usare le piste ciclabili, anche se in alcuni pezzi questo mi ha costretto ad allungare un po’ il percorso. Pazienza. Il mio obiettivo era arrivare bene, non importa quanto tempo ci volesse. E ora, mentre scrivo queste parole, me ne accorgo di qualcosa che non avevo realizzato e che, lo confesso, è stato ciò che mi ha ispirato a scrivere questo testo: il numero 40. Strano? Sì, è probabile, ma calma, presto arriverò dove voglio arrivare.

Non avrei mai immaginato che quel giro in bici sarebbe diventato la mia ultima uscita. Quella sera, non solo ho saputo che il bambino era rimasto in montagna con sua madre, ma anche che le misure restrittive imposte dal governo avevano iniziato a restringersi ancora di più. (Confesso che trovo strano chiamarlo “bambino”, ma la sua privacy e quella della sua famiglia vanno rispettate)

Con il passare del tempo, le misure prese dal governo sono diventate sempre più limitate. Il commercio e altre attività sono state chiuse. Le persone hanno iniziato a lavorare da casa. Le scuole hanno iniziato a fare le lezioni online. Non ho potuto fare a meno di pensare a quando ho fatto il mio primo corso post-laurea e come siamo stati pionieri nell’educazione a distanza. Allo stesso tempo, tuttavia, ricordo che facevo parte di quel gruppo che, sebbene potessi frequentare le lezioni comodamente da casa,  preferivano andare di persona alla sede dove queste venivano trasmesse e guardarle da lì, dal vivo, come fosse una classe come qualsiasi altra. (Con la differenza, tuttavia, che l’atmosfera che si era creata era di tanta reciprocità, tanta saggezza, così tanto amore, che quei momenti sarebbero rimasti impressi per il resto della mia vita. Questo, tuttavia, è argomento per un altro testo).

Il tempo ha continuato a passare. Questo periodo, che alcuni chiamano semplicemente isolamento, mentre altri lo chiamano quarantena, è continuato ad aumentare. A casa, ovviamente, non ho potuto fare a meno di pensare, riflettere, “confabulare” con me stessa e quando il governo ha annunciato che le misure sarebbero state  ancora prorogate, questa volta fino a “Pasquetta”, che è il lunedì dopo Pasqua, non ho potuto non pensare a qualcosa che sicuramente molti avevano già pensato: essere messi in quarantena proprio durante la Quaresima deve avere un significato.

Non sono mai stata molto religiosa, anche se ho una fede irremovibile. Credo in Dio, anche se non riesco molto a rappresentarlo. Non lo vedo come un vecchio con la barba, ma più come una “Forza Maggiore”, o forse come l’unione di molti spiriti buoni. Sì, credo negli spiriti, non come “anime perdute”, ma spiriti come ciascuno di noi. Spiriti in evoluzione. Bene, ma il mio obiettivo qui non è quello di spiegare il mio modo di pensare.

La mia famiglia, quando si tratta di fede, è un mix complicato da spiegare. Ciò che è importante, tuttavia, è che sebbene ognuno segua un percorso diverso, ognuno, a modo suo cerca Dio e tutti, senza eccezione, fanno della bontà e dell’amore il suo carro da battaglia.

Cattolicesimo, Umbanda, Spiritismo, Seicho-no-ie, Reiki, Sciamanesimo. Strade diverse, con un obiettivo comune: la ricerca, attraverso la fede, della carità, della gentilezza e dell’amore.

Curiosa, ho iniziato a fare ricerche su Quaresima, Quarantena, oltre a cercare significati per questo numero che ho iniziato a considerare magico: il numero 40. (Quasi dimenticavo, mi sono sempre piaciute le cose legate al simbolismo, alla numerologia, all’astrologia. Non credo che dovremmo prendere tutto ciò che descrivono “alla lettera”, ma, sapendo intercettarli e guardarli con occhio critico, possiamo renderci conto di quante delle loro affermazioni non solo hanno senso, come ci mostrano persino delle verità che la scienza finisce per confermare. È già noto, ad esempio, il potere della vibrazione esercitato dai numeri, una vibrazione che la fisica quantistica si è dedicata a studiare: vibrazione che è presente nei suoni, nelle note musicali, nei rumori della natura, nella nostra voce. Tutto vibra e questa “vibrazione” è come un’energia che si diffonde in tutto l’Universo. (Ancora una volta, ho finito per cambiare argomento.Colpa del laptop, che si era “bloccato” prima che io avessi salvato le mie ultime frasi e ora la mia mente si è già occupata da altri pensieri).

Confesso che le poche volte che ho letto la Bibbia sono state durante le lezioni di religione, quando ho studiato in una scuola cattolica. (E che ero più interessata a prendere appunti che potevano essere utili nel momento della verifica piuttosto che a cercare di vedere un significato maggiore in quei testi). In realtà, non ho mai creduto a quelle storie raccontate lì, o almeno non in quel modo. Per me, “quello” sembrava essere un grande libro di storie, pieno di metafore. Non sto dicendo che nulla di tutto ciò sia accaduto, ma conoscete quell’espressione: chi racconta una storia aumenta un punto? Già. Se ci sono dubbi e critiche sulle numerose traduzioni delle Opere complete di Freud, immagina la Bibbia! Bene, ma il mio obiettivo qui non è discutere la Bibbia, perché non ho l’autorità per farlo. So poco, lo confesso e non sarebbe giusto parlare di un argomento che non ho mai affrontato. Tuttavia, ho trovato necessario parlare un po ‘del cattolicesimo perché i temi che vorrei discutere sono anche strettamente collegati ai simboli religiosi, direttamente o indirettamente parlando.

Quarantena e Quaresima. La prima cosa che vediamo in comune tra l’una e l’altra è la durata, almeno quella simbolica: 40 giorni. È interessante sapere che il termine “quarantena” sembra essere di origine veneta e si riferisce al tempo in cui le navi che arrivavano al porto dovevano rimanere all’ormeggio, senza che le persone potessero sbarcare, per impedire loro di contaminare la popolazione con la Peste Nera. In seguito, hanno cominciato ad usare il termine in un senso più ampio, ma sempre  simbolizando un periodo di isolamento necessario per la salute e la sicurezza di una popolazione.

Quaresima, 40 giorni (più o meno) tra Carnevale e Pasqua. Per i cattolici, da quanto ho letto, simboleggia il periodo in cui Gesù era nel deserto. Periodo di sacrificio, di solitudine. È difficile non associarlo alla fine del carnevale, come se le persone si sentissero in colpa per le “esagerazioni” commesse in quelle serate di festa.

L’origine del carnevale, tuttavia, risale a tradizioni molto più antiche. Dalla festa in ringraziamento a Bacco o Donísio, Dio del vino, alla celebrazione della fine dell’inverno e dell’arrivo della primavera, per le persone pagani. Credo che la gioia di vedere la natura che nasce, la vita che rinasce, dopo un periodo di quiete e isolamento, dovrebbe essere celebrata e non punita. Deve, soprattutto, essere riconosciuta e, al contempo, rispettata. E forse quello che è mancato da parte nostra sia stato proprio questo : il rispetto. E qui non mi riferisco al rispetto “imposto” dalla chiesa in nome di una “divinità” che credo sì abbia esistito e sia stato un grande spirito di luce e un messaggero d’amore, pma che non credo abbia detto qualcosa del tipo: “Restate a digiuno, non mangiate la carne, ecc. ”. Credo che lui abbia parlato di carità e amore. Il resto, è “intriga della oposizione”. (Ahi, ahi, ahi … a quanto pare oggi sono davvero in vena di creare polemiche …). Quindi, il rispetto a cui mi riferisco è rispetto per la natura, la nostra vera casa. Il rispetto per il suo spazio, i suoi cicli, infine.

Non posso farne a meno di pensare alle altre volte in cui il numero 40 appare negli scritti biblici, come i 40 giorni di digiuno di Mosè, dopo di che ha ricevuto le tavole dei 10 comandamenti, il diluvio universale, dove ha piovuto 40 giorni e 40 notti, i 40 anni del popolo ebraico in fuga in Egitto. Oltre a questi, è anche interessante pensare ad altri momenti contrassegnati da questo numero, ad esempio:

  •  In media, una gravidanza dura 40 settimane
  • In precedenza si credeva che, dopo il parto, il corpo della donna avesse bisogno di 40 giorni per riprendersi completamente
  • Alcuni studiosi affermano che, in media, il lutto considerato “normale” dura circa 40 giorni
  • Esiste una nota espressione che dice: “La vita inizia ai 40”
  • Alcuni testi sullo spiritismo consigliano di attendere circa 40 giorni prima di disporre delle cose di qualcuno che è appena morto, in modo che  lui possa fare la sua “disconnessione” con tranquillità e pace.

Sempre sul numero 40, è interessante pensare che, numerologicamente parlando, 4 + 0 = 4 e che anche l’anno in cui ci troviamo, 2020, 2 + 0 + 2 + 0 = 4. Curioso, vero? Ma questo è un argomento per un altro post.

Altre cose mi stanno venendo in mente in questo momento con il numero 40, come il fatto che mia madre, prima diandare in pensione, lavorava 40 ore alla settimana, o come il libro “Ali Babá e i 40 ladri”, o la canzone di Fernanda Abreu ““Rio, 40 graus” (Cidade Maravilha, purgatório da beleza e do caos, ma se continuo a cercare, non mi fermerò più e finirò per non arrivare da nessuna parte.

Come ho detto all’inizio di questo testo, l’ultima volta che sono uscita di casa è stato il 9 marzo, cioè esattamente un mese fa. Le scuole, tuttavia, sono chiuse da più tempo. So che la cosiddetta Quarantena sarà prorrogata almeno fino a dopo Pasqua e molto probabilmente si estenderà ulteriormente.

Una quarantena vissuta durante il periodo della Quaresima deve avere un significato speciale. Dovrebbe servire a fermarci, a guardare dentro di noi, a riflettere. Dovrebbe sì essere un momento di purificazione. Non una purificazione in senso concreto, nel senso di digiuno, silenzio o qualcosa del genere. Chiunque voglia meditare, che lo faccia. Chiunque preferisca cantare alla finestra, ballare sul balcone, ballare davanti alla televisione, che lo faccia. Perché credo che questo momento sia il momento di digiunare da ciò che ci stava soffocando senza che ci rendessimo conto, è il momento del digiuno di valori e priorità che ci sono stati imposti (tante volte da noi stessi) per anni, anni e anni.

Mi piace di più la visione pagana di questo periodo di Quaresima, quando si svolgevano riti di purificazione. Forse questo è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno: purificarci. Purificazione che ha a che fare con pulizia, pulizia sia esterna che interna.

La quarantena che è avvenuta proprio nel periodo in cui l’intera natura è in lettargo, “morta”, in attesa di una rinascita, una “resurrezione” e le conseguenze che si riflettono esattamente nella natura stessa, ci fanno capire quanto il nostro comportamento degli ultimi anni ha avuto conseguenze non solo per noi, ma per tutti quelli che ci circondano. In che modo? Semplice.

Da quando sono state prese misure restrittive, l’aria è migliorata, l’inquinamento è diminuito. Sentiamo di nuovo il canto gioioso degli uccelli e, guardando il cielo, possiamo vedere non solo alcune stelle o pianeti, ma intere costellazioni. Le piante sono più belle, i fiori emanano il loro dolce profumo e … possiamo addirittura sentirlo!

Che la natura rinasca in primavera dopo aver affrontato la rigidità dell’inverno è normale, è il ciclo della vita. Piante, animali e forse, d’ora in poi, anche l’uomo.

Sembra sia stato necessario che ci “ritirassimo dal mondo” per permettere che, pian piano, la natura e gli animali potessero riconquistare spazi che li erano stati rubati tanto, tanto tempo fa. Si sta facendo necessario vivere un lungo periodo di “inverno”, dove rimaniamo (o almeno dovremmo rimanere) nelle nostre case. Ritirarsi significa guardare se stesso, dentro se stesso. Ammirarsi, osservarsi, conoscersi per poi sbocciare, rinascere.

Non posso farne a meno di pensare ai grandi filosofi dell’umanità, Socrate, Platone, Aristotele, per non parlare del padre della medicina, Ippocrate. Penso al famoso mito della caverna di Platone e nel quanto anche se possiamo sentirci “intrappolati” nella grotta chiamata casa, in realtà questa possa essere vista come un simbolo di liberazione: liberazione di cupole che abbiamo costruito intorno a noi, isolandoci dal mondo e che solo ora ci rendiamo conto di quanto ci limitavano e ci facevano male. Quando eravamo “liberi” e potevamo stare in mezzo alla folla, ci chiudevamo a casa, davanti al computer. Uscivamo sempre per le strade con un auricolare nelle orecchie, non sentivamo i suoni della VITA che stava accadendo intorno a noi. Invece di protagonisti, eravamo diventati personaggi secondari della nostra storia o, peggio ancora, distruggendo ciò che ci circonda, non eravamo i bravi ragazzi,gli eroi, ma i cattivi. Essere confinati a casa può essere un’opportunità per guardarci dentro e, chissà, per sbarazzarci delle nostre ombre, concetti e valori che credevamo fossero reali, importanti, fondamentali. Forse sia un’opportunità per nuove (ri) letture, nuove visioni, della vita, del mondo, di noi stessi.

Penso anche alle parole di Ippocrate, all’importanza di prendersi cura sia del corpo che dell’anima e di come questa possa essere anche un’opportunità per fare questo, o meglio, per imparare di nuovo come farlo. La Quarantena, la Quaresima, l’isolamento, sembra essere soprattutto un momento per imparare a stare con la persona più importante della nostra vita: noi stessi.

Se non riprendo a lavorare la settimana dopo Pasqua, sabato 18 completerò 40 giorni a casa. In altre parole, in “teoria” è come aver fatto la mia parte in questa battaglia contro questo nemico invisibile che ha invaso i nostri spazi, le nostre città, il nostro pianeta. Tuttavia, mentre la guerra continua, noi soldati non abbandoniamo il nostro fronte di battaglia. Riprenderò gradualmente le mie attività se e solo SE necessario. Altrimenti, per rispetto della vita (mia e di altri) e per l’amore che mi fa accettare con fede e rinuncia i limiti e i cambiamenti nei piani che avevo tracciato, continuerò a casa, riflettendo, scrivendo, vivendo e cercando di diventare ogni giorno una persona migliore.

Il numero 40 rappresenta cambiamenti, trasformazioni, sfide, prese di decisioni, ma anche tempo e pazienza affinché tutte le cose diventino realtà.

Tempo e pazienza. Due cose che in questo periodo, più che mai, sono presenti: il tempo che inizia a essere vissuto in un altro modo e la pazienza che deve essere esercitata, giorno dopo giorno.

Tempo e pazienza. Due ingredienti fondamentali per far sì che questo periodo passi e  sorgono cambiamenti, decisioni siano presi, ostacoli superati e trasformazioni si realizzino. Non è semplice, non è facile, ma è necessario. Necessario per che anche il virus che è là fuori possa completare il suo ciclo ed entrare, quindi, nel suo stato di “letargo”. Necessario per che la natura continui a recuperare spazi che li sono stati rubati, per che l’aria continui a purificarsi, per che le piante continuino a germogliare, per che le api possano tornare a produrre il miele, per che i fiumi recuperino i loro corsi. Necessario per rivedere i valori, studiare le priorità, ripensare gli atteggiamenti. Necessario affinché possiamo, a poco a poco, adattarci ai cambiamenti che verranno. Necessario per che si possa diventare persone migliori, più sagge, più veritiere e soprattutto più umane.

Marian de Souza.

Quarentena, Quaresma, 40 dias…

10 abr

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9 de março. 9 de março, segunda-feira, foi o último dia que saí de casa, salvo pequenas saídas semanais de 15, 20 minutos, para ir comprar frutas e verduras.

No dia anterior, 8 de março, fiquei sabendo que as escolas, fechadas desde o carnaval ambrosiano, continuariam fechadas. Sendo assim, muito provavelmente no dia seguinte eu iria retornar ao trabalho, desta vez, porém, em turno integral. Naquela noite, no entanto, soube que o menino com quem trabalho não tinha retornado para Milão, ao menos não naquele domingo e, de consequência, segunda-feira eu ainda teria o dia livre.

Na expectativa de dever voltar ao trabalho a qualquer momento, aproveitei aquela segunda-feira nublada para verificar a possibilidade de fazer o trajeto da minha casa até o local de trabalho de bicicleta. Naquele período, o coronavírus já estava “girando” por aí, embora, a parte o fechamento das escolas, teatros e museus, de modo geral a vida ainda escorria “normalmente”. Lugares lotados, porém, era melhor serem evitados e, assim sendo, tive a ideia de passar a usar a bicicleta, ao invés de usar o transporte público. A última vez que eu tinha andado de ônibus tinha sido no dia 28 de fevereiro. Como eu lembro? Simples. Eu tinha ido ao supermercado fazer conmpras e pagado a conta com Satispay. E é ali, no apicativo, que ficou registrado o pagamento com a data. Por isso eu sei.

40 minutos. 40 minutos foi o tempo que levei da minha casa até o meu local de trabalho. Isto pedalando em uma velocidade “normal”, afinal, não sou corredora, não sou uma amante dos esportes e, acima de tudo, não faria sentido já chegar ao local de trabalho cansada ou “esbaforida”. Foram 40 minutos, seguindo um trajeto que eu tinha olhado antecipadamente tanto no Google Maps quanto num mapa “normal” mesmo, um mapa que temos em casa desde que eu me tranferi para cá. Escolhi talvez não o roteiro mais breve, mas o mais fácil, o mais em linha reta possível. Além disso, sempre que possível eu optava pelas ciclovias, mesmo que em alguns trechos isto acabava por me obrigar a fazer alguns giros mais longos. Paciência. Meu objetivo era chegar bem, levasse o tempo que levasse. E agora, enquanto escrevo estas palavras, me dou conta de algo que não tinha percebido e que, confesso, era o que tinha me inspirado a escrever este texto: o número 40. Estranho? Sim, é provável, mas calma, logo chegarei aonde quero chegar.

Eu jamais poderia imaginar que aquele giro de bicicleta fosse virar a minha última saída. Naquela noite, eu não apenas soube que o menino tinha ficado na montanha com a mae, como as medidas restritivas impostas pelo governo começaram a se estreitar. (Confesso que acho estranho ficar chamando-o “menino”, mas a sua privacidade e da sua família devem ser respeitadas)

Com o passar do tempo, as medidas tomadas pelo governo foram se restringindo cada vez mais. Comércio fechando, atividades idem. As pessoas passaram a trabalhar de casa. As escolas começaram a fazer aulas online. Não pude deixar de pensar em quando fiz a minha primeira pós graduação e no quanto fomos pioneiros no ensino à distancia. Ao mesmo tempo, porém, lembro que eu fazia parte daquele grupo que, mesmo podendo assistir às aulas do conforto do lar, preferia ir todos os dias até a sede onde elas eram transmitidas e as assistia de lá, ao vivo, como uma aula como qualquer outra. (Com a diferença, porém, que o clima era de tanta reciprocidade, tanta sabedoria, tanto amor, que aqueles momentos ficariam marcados para o resto da minha vida. Isto, porém, é assunto para outro texto).

O tempo continuou passando. Este período, que alguns chamam simplesmente isolamento, enquanto outros chamam quarentena, foi aumentando. Eu em casa, obviamente, não pude deixar de pensar, refletir, “confabular” comigo mesma e quando o governo anunciou que as medidas seriam novamente prorrogadas, desta vez até a “Pasquetta”, que é a segunda-feira depois da Páscoa, não pude deixar de pensar a algo que certamente muitos haviam já pensado: estar de quarentena justamente durante o período da Quaresma deve ter algum significado.

Nunca fui muito religiosa, embora tenha uma fé inabalável. Acredito em Deus, embora não consiga representá-lo. Não o vejo como um velho senhor de barbas, mas mais como uma “Força Maior”, ou talvez como a uniao de vários espíritos do bem. Sim, acredito em espíritos, não como “almas penadas”, mas espíritos como somos cada um de nós. Espíritos em evolução. Bom, mas meu objetivo aqui não é ficar dando explicação sobre o meu modo de pensar.

Então. Minha família, no que se refere à fé, é um “mix” complicado de se explicar. O que importa, no entanto, é que embora cada um siga um caminho diferente, cada um, a seu modo, busca a Deus e todos, sem excessao, fazem da bondade e do amor o seu carro de batalha.

Catolicismo, Umbanda, Espiritismo, Seicho-no-ie, Reiki, Xamanismo. Estradas diferentes, com um objetivo em comum: a busca, através da fé, da caridade, da bondade e do amor.

Curiosa, passei então a pequisar sobre Quaresma, Quarentena, além de buscar significados para este número que passei a considerar mágico: o número 40. (Quase ia esquecendo, eu sempre gostei das coisas ligadas a simbolismos, numerologia, astrologia. Não acredito que devemos levar “ao pé da letra” tudo aquilo que elas descrevem, mas, sabendo interpetá-las e olhá-las com olhar crítico, podemos nos dar conta do quanto muitas das suas afirmações não só fazem sentido, mas inclusive nos mostram verdades que a própria ciência acaba por confirmar. Já é conhecido, aliás, o poder da vibração exercido pelos números, vibração esta que a Física Quantica vem se dedicando a estudar. Vibração que está nos sons, nas notas musicais, nos barulhos da natureza, na nossa voz. Tudo vibra e esta “vibração” é como uma energia que se propaga porttodo o Universo. (De novo, acabei mudando de assunto. Culpa do laptop, que deu uma “trancada” antes que eu tivesse salvado as minhas últimas frases e agora a minha mente já tinha sido ocupada por outros pensamentos).

Confesso que as poucas vezes em que li a Bíblia foram nas aulas de religiao, quando estudei em um colégio católico. (E que estava mais preocupada em fazer anotações que poderiam ser úteis na hora da prova do que tentar enxergar um significado maior naqueles textos). Na verdade, nunca acreditei naquelas histórias ali narradas, ou pelo menos não daquela forma. Para mim, aquele parecia ser um grande livro de histórias, repleto de metáforas. Não estou dizendo que nada daquilo aconteceu, mas sabe aquela expressao: Quem conta um conto aumenta um ponto? Pois é. Se existem dúvidas e críticas sobre as inúmeras traduções das Obras Completas de Freud, imaginem sobre a Bíblia! Bom, mas meu objetivo aqui não é discutir a Bíblia, mesmo porque não tenho autoridade para isto. Conheço pouco, confesso e não seria justo falar de um tema que nunca me aprofundei. No entanto, julguei necessário falar um pouco sobre sobre o catolicismo porque os temas sobre os quais gostaria de discorrer estão muito ligados também a simbolimos religiosos, direta ou indiretamente falando.

Quarentena e Quaresma. A primeira coisa que vemos em comum entre uma e outra, é a duração, pelo menos aquela simbólica: 40 dias. Interessante saber que o termo “quarentena” parece ter origem veneta e se refere ao tempo que os navios que chegavam ao porto deveriam permanecer atracados, sem que as pessoas pudessem, desembarcar, para evitar que pudessem contaminar a população com a Peste Negra. Em seguida, o termo foi sendo usado de forma mais ampla, mas simbolizando sempre um período de isolamento necessário para a saúde e segurança de uma população.

Quaresma, 40 dias (mais ou menos) entre o carnaval e a Páscoa. Para os católicos, pelo que li, simboliza o período em que Jesus ficou no deserto. Período de sacrífícios, de solidao. Difícil não associar isto ao final do carnaval, como se as pessoas se sentissem em culpa pelos “exageros” cometidos naquelas noites de festa.

A origem do carnaval, no entanto, se remonta a tradições muito mais antigas. Da festa em agradecimento a Baco ou Donísio, Deus do vinho, á celebração do final do inverno e a chegada da primavera, para os povos pagaos. Acredito que a alegria de ver a natureza que brota, a vida que renasce, depois de um período de quietude e isolamento, deve sim ser festejada e não castigada. Deve ser, acima de tudo, reconhecida e, ao mesmo tempo, porém, respeitada. E talvez tenha faltado da parte nossa justamente isso: respeito. E aqui me refiro não ao respeito “imposto” pela igreja em nome de uma “divindade” que acredito sim tenha existido e tenha sido um grande espírito de luz e mensageiro de amor, mas que não creio tenha dito algo como: “Façam jejum, não comam carne, etc”. Acredito que ele tenha falado sobre Caridade e sobre Amor. O resto, é “intriga da população”. (Ai, ai, ai… pelo visto hoje estou mesmo afim de polemizar…). Então, o respeito a que me refiro é o respeito à natureza, ao nosso verdadeiro lar. Respeito ao seu espaço, aos seus ciclos, enfim.

Não posso deixar de pensar aos outros momentos em que o número 40 aparece nos escritos bíblicos, como os 40 dias de jejum de Moisés após os quais recebeu as tábuas dos 10 mandamentos, o dilúvio Universal, onde choveram 40 dias e 40 noites, os 40 anos do povo judeu em fuga no Egito. Além destes, também, é interessante pensar em outros momentos marcados por este número por exemplo:

  • Em média, uma gravidez dura 40 semanas
  • Antigamente se acreditava que, após o parto, o corpo da gestante necessitava de 40 dias para se recuperar totalmente
  • Alguns estudiosos dizem que em média um luto considerado “normal” dura em torno a 40 dias
  • Existe uma expressão bem conhecida que diz: “A vida começa aos 40”.
  • Alguns textos do Espiritismo aconselham esperar mais ou menos 40 dias antes de se desfazer das coisas de alguém recém desencarnado , para que este possa para fazer o seu desligamento com tranquilidade e paz.

Ainda sobre o número 40, é interessante pensar que numerologicamente falando 4+0=4 e que o ano que estamos, 2020, 2+0+2+0= 4 também. Curioso, né? Mas isto é assunto para outro post.

Outras coisas estão vindo na minha mente neste momento com o número 40, como o fato que minha mãe, antes de se aposentar, trabalhava 40 horas semanais, ou como o livro “Ali Babá e os 40 ladrões”, ou a canção da Fernanda Abreu “Rio, 40 graus” (Cidade Maravilha, purgatório da beleza e do caos), mas se eu continuar procurando, não irie mais parar e acabarei sem chegar a lugar algum.

Como comentei no início do presente texto, a última vez que saí de casa foi no dia 9 de março, ou seja, há exatamente um mês. As escolas, no entanto, estão fechadas há mais tempo. Sei que a chamada Quarentena irá se prorrogar no mínimo até depois da Páscoa e muito provavelmente se estenderá ainda mais.

Uma quarentena vivida durante o período da Quaresma, deve sim ter um significado especial. Deveria sim servir para pararmos, olharmos para dentro de nós mesmos, refletirmos. Deveria sim ser um momento de purificação. Não uma purificação em um sentido concreto, no sentido de jejuar, de ficar em silencio ou algo assim. Quem tiver afim de meditar, que o faça. Quem, no entanto, preferir cantar na janela, dançar na sacada, bailar na frente da televisão, que também o faça. Porque acredito que este momento é o momento de fazer o jejum daquilo que estava nos sufocando sem que percebessemos, o jejum de valores e prioridades que nos foram impostas (tantas vezes por nós mesmos) por anos, anos e anos.

Gosto mais da visão pagã deste período da Quaresma, em que aconteciam rituais de purificação. Talvez seja exatamente isto que estamos precisando: nos purificarmos. Purificação esta que tem a ver com limpeza, limpeza tanto exterior quanto e principalmente limpeza interior.

A quarentena ter acontecido bem no período em que a natureza toda está recolhida, “morta”, à espera de um renascimento, de uma “ressurreição” e as consequências da mesma se refletindo exatamente na própria natureza, nos fazem perceber o quanto o nosso comportamento dos últimos anos trouxe consequências não apenas para nós, mas para todo o mundo ao nosso redor. Como assim? Simples.

Desde que medidas restritivas foram tomadas, o ar melhorou, a poluição diminuiu. Voltamos a sentir o alegre canto dos pássaros e, ao olharmos para o céu, conseguimos avistar não apenas algumas estrelas ou planetas, mas inteiras constelações. As plantas estão mais bonitas, as flores estão exalando seu doce perfume e… conseguimos inclusive senti-lo!

Que a natureza renasça na primavera após ter enfrentado a rigidez do inverno é algo normal, é o ciclo da vida. As plantas, os animais e talvez, daqui pra frente, também o homem.

Parece ter sido necessário que nos “ritirássemos do mundo” para permitir que, aos poucos, a natureza e os animais fossem reconquistando espaços que tinham sido roubados há muitos, muitos anos atrás. Está se fazendo necessário viver um longo período de “inverno”, onde permanecemos (ou pelo menos deveríamos permanecer) recolhidos em nossos lares. Recolher-se significa olhar para si, para dentro de si. Admirar-se, observar-se, conhecer-se para, então, desabrochar, renascer.

Não posso fazer a menos de pensar aos grandes filósofos da humanidade, Sócrates, Platão, Aristóteles, sem falar no pai da Medicina, Hipócrates. Penso no famoso mito da caverna de Platão e no quanto embora possamos estar nos sentindo “presos” na caverna chamada lar, este possa na verdade ser visto como um símbolo de libertação: libertação de redomas que fomos construindo ao nosso redor, nos isolando do Mundo e que só agora nos damos conta do quanto nos limitavam e nos faziam mal. Quando éramos “livres” e podíamos ficar no meio da multidao, nos fechávamos em casa, na frente do computador. Saíamos às ruas sempre com um fone nos ouvidos, não escutávamos os sons da VIDA que ia acontecendo ao nosso redor. Ao invés de protagonistas, tínhamos nos tornado personagens secundários da nosso própria história ou, ainda pior, destruindo o que nos cerca, éramos não os mocinhos, mas os vilões. Estarmos confinados em casa pode ser uma oportunidade pra olharmos para dentro de nós mesmos e, quem sabe, nos libertarmos das próprias sombras, de conceitos e valores que acreditávamos serem reais, importantes, fundamentais. Talvez seja uma oportunidade de novas (re)leituras, de novas visões, da vida, do mundo, de nós mesmos.

Penso também nos dizeres de Hipócrates, da importancia de cuidar tanto do corpo quanto da alma e no quanto esta pode ser uma oportunidade também de fazermos isto, ou melhor, de reaprendermos a fazer isto. A quarentena, a Quaresma, o isolamento, parece ser, acima de tudo, um momento para aprendermos a estarmos com a pessoa mais importante da nossa vida: nós mesmos.

Caso eu não retome o trabalho na semana depois da Páscoa, sábado dia 18 eu completarei 40 dias em casa. Ou seja, na “teoria” é como ter cumprido a minha parte nesta batalha contra este inimigo invisível que invadiu nossos espaços, nossas cidades, nosso planeta. No entanto, enquanto a guerra segue, nós, soldados, não abandonamos o nosso fronte de batalha. Retomarei aos poucos as minhas atividades se e somente SE necessário for. Do contrário, por respeito à vida (minha e dos outros) e pelo amor que me faz aceitar com fé e resignação limites e mudanças nos planos que eu havia traçado, seguirei em casa, refletindo, escrevendo, vivendo e buscando a cada dia me tornar uma pessoa melhor.

O número 40 representa mudanças, transformações, desafios, tomadas de decisões, mas também tempo e paciência para que todas as coisas se realizem.

Tempo e paciência. Duas coisas que neste período, mais do que nunca, se fazem presentes: o tempo que passa a ser vivido de uma outra forma e a paciência que deve ser exercitada, dia após dia.

Tempo e paciência. Dois ingredientes fundamentais para que passe este período e mudanças surjam, decisões sejam tomadas, obstáculos superados e transformações aconteçam. Não é simples, não é fácil, mas é necessário. Necessário para que o vírus que está la fora também cumpra o seu ciclo e entre, ele sim, no seu estado de “hibernação”. Necessário para que a natureza continue a recuperar espaços que lhe foram roubados, para que o ar continue se purificando, para que as plantas sigam brotando, para que as abelhas voltem a produzir mel, para que rios recuperem os seus cursos. Necessário para que valores sejam revistos, prioridades estudadas, atitudes repensadas. Necessário para que possamos, aos poucos, nos adaptarmos ás mudanças que estão por vir. Necessário para que nos tornemos pessoas melhores, mais sábias, mais verdadeiras e, especialmente, mais humanas.

Marian de Souza.

Riflessioni sulle proprie riflessioni

3 abr

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Pensare, riflettere sulle cose, è qualcosa che ha sempre fatto parte del mio modo di essere. Allo stesso modo, ogni volta che “l’ispirazione arriva”, provo a mettere i miei pensieri e le mie riflessioni sulla carta.

Dire che le cose che penso e scrivo sono “neutrali” e che provengono esclusivamente da “quello che ho in testa”, senza influenza esterna, sarebbe troppa pretesa . Dopotutto, il mio modo di pensare, le cose in cui credo, sono direttamente collegati all’istruzione che ho ricevuto, al luogo in cui sono cresciuta, alle cose che ho letto e anche a ciò che la gente ha detto di me. Quello che hanno detto di me, specialmente quando ero bambina, ha sicuramente influenzato la mia formazione, il mio modo di essere, il mio modo di pensare. Solo ora, però, mi rendo conto di quanto sia stato importante e soprattutto di quanto sia sempre stata privilegiata. Privilegiata perché, grazie a tutto ciò, sono diventata quella che sono.

 “Che bambina intelligente”. “Wow, quanto è matura per la sua età”. “Com’è bello quello che hai scritto”. “Hai un dono per la scrittura.” “Figlia mia, io sono quella che impara da te”. “Com’è sensibile, è un vaso di cristallo”.

Sì, è così che mi vedevano ed è così che sono cresciuta. Come l’intelligente,la matura, ma anche quella sensibile, piagnucolona. Insicura, avevo bisogno dell’affermazione dell’altro per affermarmi. Timida, ho sempre visto nella scrittura un modo per esprimermi. Col tempo, tuttavia, ho scoperto che la sensibilità e la fragilità non devono necessariamente andare insieme. E oggi, di fronte a una pandemia, trascorrendo più tempo a casa, avendo più tempo per riflettere su innumerevoli questioni, decido,per qualche istante, invece di “guardare fuori”, guardare dentro. Guardare le idee che sostengo, i consigli che do. Guardare me stessa, forse da un’altra prospettiva. Come prima cosa, inizio a pensare al problema della “maturità”.

Essere “maturi” significa anche essere “evoluti spiritualmente”? Se è così, mi sto rendendo conto di quanto ho ancora bisogno di “maturare”, quanto ho ancora bisogno di evolvere, di crescere.

Mi rendo conto di quanto sia immatura quando, al essere criticata per i post che ho fatto raccontando la realtà che sto /stiamo vivendo qui in Italia a causa del coronavirus, dopo aver provato ad argomentare per un bel po’, penso di arrendermi.

Sono immatura quando ho difficoltà ad accettare il giudizio di un altro, quando ad esempio qualcuno che non mi ha mai visto inizia a criticare le cose che scrivo e mi chiama pessimista,  dice che sono una persona senza fede e che quello che voglio è “diffondere il terrore “. Quando qualcuno dice che la mia “energia” è cattiva e pesante. Sono immatura non perché decido di “cambiare la messa a fuoco”, di non rispondere più e persino di “bloccare” la persona (Magari questo sia invece un modo accettabile per “cambiare la vibrazione?), ma sono immatura in quel momento in cui, anche se per pochi minuti, desidero che ciò che ho cercato di avvertire accada esattamente con quelli che mi hanno criticato di più, semplicemente per poter dire: “Te l’avevo detto!”.

Vuoi qualcosa di più infantile di questo? Invece di essere triste, dire: “Ben fatto, ben fatto!” (Se fossi più matura spiritualmente, eserciterei immediatamente l’esercizio dell’amore e del perdono. Ma un giorno ci arrivo!). Spero che il fatto che me ne renda conto, riconosca questo difetto e tenti di “espellere” questa sensazione, conterà punti a mio favore! (Non è facile, lo confesso. Per non parlare del fatto che è strano, molto strano quando ti vengono date caratteristiche che sono esattamente l’opposto di ciò in cui hai sempre creduto.).

Forse la differenza tra mostrare la realtà e “diffondere il terrore” sia molto sottile. Tuttavia, mi sono resa conto che non è il modo in cui diffondi le notizie, ma il modo in cui queste vengono lette e interpretate. In realtà, nella vita non è esattamente così? Proiettiamo le nostre cose sugli altri continuamente!

Tornando quindi a me …

“Tutto ha il suo lato positivo”. Wow, quanto uso questa frase! Incredibile pensare a quanto fa parte della mia vita e quanto mi aiuta ad affrontare ogni momento e ad accettare le cose che non posso cambiare.

La frase completa, in realtà, credo sia: “Tutto ha un lato positivo e un lato negativo”. Tuttavia, ho sempre preferito restare solo con la prima parte. Dopo tutto, se ho la libertà di scelta, perché scegliere il lato negativo? (Più tardi, chi avrebbe mai detto che questo mio “modo di pensare ottimistico” sarebbe, in un certo senso, confermato dalla Fisica, in particolare dalla Fisica Quantistica, che afferma, in parole semplici, che vibrazioni simili si attraggono reciprocamente).

Bene, ma è piuttosto facile pensare in questo modo quando i “problemi” della vita sono cose come: non essere stati scelti in un colloquio di lavoro o non essere potuto andare in spiaggia la scorsa settimana. (Gli esempi sono casuali!). In questo caso, è  molto probabile  che in seguito riceveremo un’altra proposta e ci accorgeremo che è molto migliore, o sapremo che, a differenza di qui, sulla spiaggia ha piovuto tutto il tempo e chiunque fosse lì non ha potuto nemmeno mettere il naso in strada, figuriamoci godere la giornata.

Ora però, arriva questa “pandemia”, che mi/ci costringe a stare a casa. Nei primi giorni è persino facile vedere “il lato buono”, dopo tutto,  mi serviva tanto un po’ di riposo!Ah, ne approfitto per sistemare l’armadio! Ah, leggerò quel libro! Ah, ah, ah … così tanti “ah”. Tuttavia, il tempo passa e aumentano i giorni di isolamento. Allora pensi: l’impresa è vivere OGGI! E cominci a dare questo consiglio a tutti coloro che chiedono: “Come posso affrontare meglio questo momento?”

Io, armata di teoria e pratica (forse molto più teoria che pratica), parlo, sia agli altri che a me stessa: vivere un giorno alla volta. Pensare all’oggi.

A volte sembra che ci sia voluto un virus per che ci rendessimo conto che non possiamo controllare il domani. Dolce illusione la nostra! In realtà, non è colpa del virus. Vuoi conoscere la verità? Non siamo mai stati davvero in grado di controllare il futuro, anche se abbiamo avuto(e vissuto) tante volte questa grande illusione.

Bello questo mio discorso, non vi sembra? Profondo, riflessivo. Necessario. Necessario per me stessa. Perché sì, faccio parte del “gruppo degli illusi”, di coloro che cercano di “avere il controllo sulle cose”.

Le prime settimane di “confinamento”, come ho commentato, furono, per così dire, tranquille. Quando mi è stato detto che le cose sarebbero probabilmente andate ancora più a lungo, ho avuto un momento di ansia e preoccupazione a causa del lavoro, ma dopo una notte in cui ho dormito con difficoltà, pensando a possibili alternative / uscite, ho avuto l’ispirazione. E di nuovo mi sono rassicurata. E così è andato, fino a quando …

“È probabile che i viaggi in aereo, specialmente verso altri paesi, riprendano solo tra un anno. È piuttosto improbabile che le cose tornino alla “normalità” prima di luglio, agosto 2021 “.Come mai? E questa volta ho pianto.

Lacrime silenziose continuavano a scorrere, soprattutto di notte, già a letto, in quei momenti in cui ti metti lì, in silenzio, prima di addormentarti.

Di fronte a così tanti che soffrono per problemi importanti, per paura di ammalarsi, perché devono affrontare delle difficoltà economiche, per attrito familiare, perché piango? Semplicemente perché i miei piani non dovranno necessariamente essere annullati, ma rinviati? Sembra essere un grande egoismo da parte mia, vero? Anch’io sono “umana” però. E le mie lacrime non sono lacrime perché il sogno di portare mio marito a conoscere Salvador e Chapada Diamantina non sarà (ancora) realizzato, ma sono lacrime di nostalgia. Lacrime perché mi ero “emotivamente” preparata per restare senza incontrare la mia famiglia (sia quella “biologica” che quella che io chiamo ” di anima”) per 2 anni, non di più. (Fortunatamente, almeno mia madre è venuta a trovarmi l’anno scorso).

In passato, ho trascorso più di 3 anni senza tornare in Brasile. Ora, tuttavia, emotivamente parlando, “pesa” di più. Forse perché il tempo passa, le persone invecchiano e ancora non so, per esempio, quanti incontri avrò con la mia amata zia e il mio amato zio, prima che essi partano per il mondo degli spiriti. Se penso alla salute e alla voglia di vivere, probabilmente ci incontreremo ancora per molti, molti anni. Se, tuttavia, penso all ‘”età biologica” (91 e 92 anni), devo considerare che potremmo non avere tanti incontri. Per non parlare di tante altre persone che sono importanti per me.

Bene, torniamo al “lato buono” del isolamento. Il lato buono c’è. Anzi, ce ne sono molti. Uno di queste forse sia semplicemente il fatto di essere qui, con il portatile in grembo,  a digitare queste parole. Godere di più la nostra casa, leggere di più, godersi l’arrivo della primavera nei piccoli dettagli che possiamo vedere dalle nostre finestre. Poter fare, anche durante la settimana, “incontri virtuali” con coloro che sono lontani, cercando, quando possibile, di aggirare la differenza di fuso orario. Parlare, cantare con i vicini. Cercare modi per aiutarci a vicenda. Conoscere meglio noi stessi e quelli che sono al nostro fianco. Il dialogo! Ah, il dialogo! Lo scambio di sguardi! Sì, ci sono molti lati positivi. E forse il più significativo sia riuscire a valorizzare tante cose importanti che prima invece ci sembravano così banali.

Un’altra frase che ha sempre fatto parte della mia vita, che mi è sempre stata detta e che ho anch’io iniziato a ripeterla e crederla è la famosa: “Nulla è per caso”. Sì, continuo a crederci, continuo a credere che, nella vita, tutto abbia uno scopo. Anche questa pandemia. Credo che il nostro pianeta, la Terra, un pianeta di prove ed espiazioni, stia attraversando un periodo di trasformazione. Credo che ciò che sta accadendo sia necessario per la purificazione del pianeta nel suo insieme e che, quando tutto questo sarà finito, il nostro pianeta non sarà più un luogo di sofferenza e prove, ma un pianeta di rigenerazione. Stiamo attraversando un periodo di pulizia, purificazione, necessario affinché questa trasformazione abbia luogo. Ma perché doveva essere così, probabilmente molti si staranno chiedendo.

Dal mio punto di vista, mi permetto di dire che, in effetti, non c’era bisogno di essere così. Il principale responsabile di ciò che sta accadendo, nel modo in cui sta accadendo, siamo noi stessi. Sì, la responsabilità è nostra.

È nostra responsabilità perché abbiamo fatto le scelte sbagliate. È nostra responsabilità perché l’individualità ci è sembrata più importante della collettività (e ora che siamo costretti a rimanere soli, ci manca quella “collettività”). È nostra responsabilità perché abbiamo chiuso i nostri cuori agli altri invece di aprirli. Perché siamo stati avidi, cattivi, egoisti. Perché ci è mancata l’empatia. Perché non abbiamo avuto rispetto. Perché ci è mancata la comprensione.

Questa pandemia, nel mezzo di tanta sofferenza, tanta distruzione, ci ha portato alla crescita, in particolare alla crescita spirituale, ci ha portato all’apprendimento. È venuta per mostrarci come il mondo esterno riflette ciò che siamo dentro.

È interessante osservare quanto quelli più avidi e individualisti siano quelli che sembrano avere più difficoltà ad adattarsi a questa che, per un lungo tempo, sarà la nostra nuova realtà sociale. Attenzione, non sto dicendo che  loro sono quelli che soffrono di più, ma che sono quelli che hanno più difficoltà! E una cosa è diversa dall’altra? Logicamente sì.

In un modo o nell’altro, stiamo tutti sperimentando diversi tipi di sofferenza. Quel professionista della salute che, per paura di essere contaminato, evita di abbracciare il proprio figlio; quell’insegnante che sta cercando di adattarsi e fare delle lezioni online, quell’anziano il cui programma preferito era andare a leggere il giornale seduto sulla panchina in piazza. Quel imprenditore che ha dovuto dare le vacanze ai dipendenti, coloro che hanno i loro esseri amati negli ospedali e non possono andare a visitarli. Quelli, come me, che avevano fatto piani, molti piani e improvvisamente si resero conto che molto probabilmente non si saranno avverati.

Cosa varia, tuttavia, da una persona all’altra? Il suo grado di sofferenza? Forse. Ma questo è sempre complicato giudicare, dopo tutto, la sofferenza (e il peso che le diamo) è individuale. Inoltre, non spetta a nessuno di noi giudicare il dolore dell’altro, tanto meno confrontarlo con il suo stesso dolore. Ciò che varia è il modo in cui ognuno vede, affronta, “si adatta” a questi cambiamenti, a questa “sfida”. Con rabbia e lamentelle o con amore e rassegnazione.

Posso passare il tempo a lamentarmi e quando il “confinamento” finirà, riprendere la vita esattamente come prima. Lamentarmi per il traffico, lo stipendio, il capo, il marito, la fila in banca, l’autobus affollato, il mendicante. Oppure posso usare questo momento per riflettere su cosa potrei cambiare e, quando tornerò a quella vita “normale”, cercare di essere più tollerante, più paziente, più gentile. Sorridere di più, lamentarmi di meno. Valorizzare le piccole cose. Lo scambio di sguardi. Imparare ad ascoltare, non a giudicare. Cercare di vedere le cose da diversi punti di vista. Forse, mettermi nei panni dell’altro.

Imparare a mettersi nei panni degli altri, tra l’altro, è uno dei tanti “consigli” che ho usato così tante volte e ho la tendenza ad utilizarlo anche adesso. Nel discorso, è un consiglio “troppo bello”. Ci aiuta a capire meglio l’altro, influenzando sicuramente il nostro rapporto con chi ci sta vicino. In pratica, tuttavia, “vivere” ciò che l’altro vive, sebbene sembri semplice, non è così facile.

Forse sto divagando troppo, invece di per arrivare dove voglio arrivare. Quello che vorrei dire è: è facile per me (in teoria) mettermi nei panni dell’altro. Fino al momento in cui “l’altro” diventa me.

Non mi riferisco qui alle relazioni familiari, dove mettersi al posto del coniuge, ad esempio, può forse aiutare a vedere le cose da un nuovo punto di vista, aumentando così la tolleranza, l’accettazione e la comprensione. Mi riferisco invece ad uno “scambio” in senso BEN più ampio. Quando hanno iniziato, ad esempio, a vietare il nostro ingresso in altri paesi, come abbiamo spesso fatto con gli immigrati che cercavano di sbarcare, alla ricerca di una vita migliore, più dignitosa o. O quando vediamo i ristoranti italiani essere boicotati in tutto il mondo, proprio come abbiamo fatto noi con i ristoratori cinesi a metà febbraio, o quando leggiamo sui social media che “il coronavirus si è diffuso in Italia perché, come tutti sanno, gli italiani non sono noti per le loro buone abitudini igieniche”.

Sì, è un’affermazione assurda! Ci siamo sentiti umiliati, offesi, ci hanno mancato di rispetto. Abbiamo “nella pelle” un po ‘di cosa significhi soffrire dei pregiudizi. Perché una cosa è “immaginarmi” al posto dell’altro e  per sentirmi “meno in colpa”, o forse per gentilezza, provare ad aiutarlo in qualche modo. Tuttavia, senza dover “rinunciare” a ciò che è mio. Ciò accade, ad esempio, quando offriamo a quell’immigrato una mano, in modo che lui, “grano per grano”, possa inviare un po ‘di denaro alla famiglia che si è visto obbligato ad abbandonare, ma allo stesso tempo che li aiutiamo ci chiediamo come mai lui abbia un telefono cellulare molto più costoso del nostro. Ora, chiusi a casa, lontano da così tanti e senza alcuna previsione di quando potremo incontrarci di nuovo, in un certo senso siamo come quell’immigrato, senza, tuttavia, tutta quella sofferenza che gli è peculiare.

Quindi, come ho già detto tante volte prima, se potessimo, chissà, con questa pandemia, imparare almeno QUESTA lezione, cioè vedere “veramente” le cose dalla prospettiva dell’altro e, con ciò, cambiare, rendendoci più tolleranti, più comprensivi, più umani e imparando a valutare ciò che conta davvero, forse tutto ciò non sia stato vano.

Reflexões sobre as próprias reflexões

3 abr

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Pensar, refletir sobre as coisas, é algo que sempre fez parte do meu modo de ser. Da mesma forma, sempre que “bate a inspiração”, procuro colocar meus pensamentos e reflexões no papel.

Dizer que as coisas que penso e escrevo são “neutras” e todas “oriundas da minha própria testa”, sem influência externa, seria muita pretenção. Afinal, o meu modo de pensar, as coisas em que eu acredito, estão diretamente relacionadas à educação que recebi, ao lugar onde cresci, às coisas que li, bem como ao que as pessoas diziam a meu respeito. O que diziam sobre mim, especialmente quando eu era criança, certamente influenciou e muito a minha formação, o meu jeito de ser, o meu modo de pensar. Somente agora, no entanto, me dou conta do quanto isto foi importante e especialmente do quanto fui, desde sempre, privilegiada. Privilegiada por, graças a tudo isto, ter me tornado quem sou.

“Que criança inteligente”. “Nossa, como ela é madura para a sua idade”. “Que lindo o que ela escreveu”. “Ela tem o dom de escrever”. “Minha filha, sou eu quem aprende contigo”. “Como é sensível, é um vaso de cristal”.

Sim, era assim que eu era vista e foi assim que eu fui crescendo. Como a inteligente, a madura, a sensível, a chorona.  Insegura, precisava da afirmação do outro para me auto-afirmar. Tímida, sempre vi na escrita um modo de me expressar. Com o tempo, porém, descobri que sensibilidade e fragilidade não necessariamente precisam caminhar juntas. E hoje, diante de uma pandemia, ficando mais tempo em casa, tendo mais tempo para refletir sobre inúmeras questões, resolvo, por alguns intantes, ao invés de “olhar para fora”, olhar para dentro. Olhar para ideias que defendo, conselhos que dou. Olhar para mim mesma, talvez de um ângulo diverso.

Como primeira coisa, me coloco a pensar na questão da “maturidade”. Será que ser “madura” significa também ser “evoluída espiritualmente”? Se assim for, tenho me dado conta do quanto ainda eu preciso “amadurecer”, do quanto eu ainda precise evoluir, crescer.

Me dou conta do quanto imatura sou quando, ao ser criticada pelas postagens que tenho feito contando a realidade que estou/estamos vivendo aqui na Itália por causa do coronavirus, depois de muito tentar argumentar, penso em desistir.

Sou imatura quando  tenho dificuldade para aceitar o julgamento do outro, quando por exemplo alguém que nunca me viu começa a criticar as coisas que escrevo e a me chamar de pessimista, de pessoa sem fé e dizer que o que eu quero é “espalhar o terror”. Quando alguém fala que a minha “energia” é ruim e pesada. Sou imatura não porque decido “mudar o foco”, não responder mais e até “bloquear” a pessoa (Talvez isso seja, quem sabe, uma forma aceitável de “mudar a vibração?), mas sou imatura naquele momento em que, mesmo por poucos minutos, chego a desejar que aquilo que tenho tentado alertar ocorra justamente com quem mais tem me criticado, simplesmente para poder dizer: “Eu avisei!”.

 Quer coisa mais infantil do que isso? Ao invés de ficar triste, dizer: “Bem feito, bem feito!” (Se eu fosse mais madura espiritualmente, exercitaria, imediatamente, o exercício do amor e do perdão. Mas eu chego lá!).

Espero que o fato de me dar conta disto, reconhecer este defeito e buscar “expulsar” este sentimento, conte pontos a meu favor! (Não é fácil, confesso. Sem falar que é estranho, muito estranho quando te atribuem características que são exatamente o oposto daquilo que tu sempre acreditaste.).

Talvez a diferença entre mostrar a realidade e “espalhar o terror” seja sim muito sutil. No entanto, me dei conta de que não é a forma como você espalha a notícia, mas o modo como ela vem lida e interpretada. Aliás, na vida não é exatamente assim? Estamos o tempo inteiro projetando coisas nossas nos outros!

Voltando então a mim…

“Tudo tem o seu lado bom”.

Nossa, quanto eu uso esta frase! Incrível pensar no quanto ela faz parte da minha vida e o quanto ela me ajuda a enfrentar cada momento e a aceitar as coisas que não posso modificar.

A frase completa, na verdade, creio seja: “Tudo tem um lado bom e um lado ruim”. Eu, no entanto, desde sempre preferi ficar apenas com a primeira parte. Afinal, se tenho liberdade de escolha, por que optar pelo lado ruim? (Mais tarde, quem diria, este meu “modo otimista de pensar” seria, de certa forma, confirmado pela Física, mais particularmente a Física Quantica, que afirma, em palavras simples,  que vibrações semelhantes se atraem).

Bom, mas até que é fácil pensar deste modo quando os “problemas” da vida são coisas tipo: não ser o escolhido em uma entrevista de emprego, ou não ter podido ir à praia na semana que passou. (Os exemplos são aleatórios!). Neste caso, é  bem provável que mais adiante receberemos uma outra proposta e nos daremos conta que é muito melhor, ou ficaremos sabendo que, ao contrário daqui, na praia choveu o tempo todo e quem lá estava sequer pôde colocar o nariz na rua, quanto mais aproveitar.

Agora, no entanto, vem esta tal “pandemia”, que me/nos obriga a ficar em casa. Nos primeiros dias é até fácil ver “o lado bom”, afinal, eu precisava tanto dar uma descansada! Ah, vou aproveitar para arrumar o armário! Ah, vou ler aquele livro! Ah, ah, ah… tantos “ahs”. O tempo no entanto vai passando e os dias de reclusão vão aumentando. Tu então pensas: o negócio é viver o HOJE! E “começas a dar este conselho a todos aqueles que questionam: “Como fazer para poder lidar melhor com este momento?”.

Eu, munida de teoria e prática (talvez muito mais de teoria do que de prática), falo, tanto para os outros como para eu mesma: viver um dia de cada vez. Pensar no hoje.

Às vezes parece que foi necessário um vírus para que nos déssemos conta de que não podemos controlar o dia de amanhã. Doce ilusão a nossa! Na verdade, não é culpa do vírus. Querem saber a real? A gente NUNCA pôde realmente controlar o futuro, embora tantas vezes tivemos (e vivemos) esta grande ilusão.

Lindo este meu discurso, não é mesmo? Profundo, reflexivo. Necessário. Necessário para mim mesma. Porque sim, faço parte do “grupo dos iludidos”, daqueles que tentam “ter controle sobre as coisas”.

As primeiras semanas de “confinamento”, como comentei, foram, digamos, tranquilas. Quando me disseram que provavelmente as coisas iriam se prorrogar ainda por mais tempo, tive um momento de ansiedade e preocupação por causa do trabalho, mas, depois de uma noite em que dormi com dificuldade, pensando em possíveis alternativas/saídas, tive uma inspiração. E novamente me tranquilizei. E assim foi indo, até que…

“As viagens de avião, especialmente para outros países, provavelmente só serão retomadas daqui a, no mínimo, um ano. Dificilmente as coisas voltarão ao “normal” antes de julho, agosto de 2021”.

Como assim? E, desta vez, eu chorei. Lágrimas silenciosas teimaram em escorrer, especialmente à noite, já na cama, naqueles momentos que antecedem o adormecer.

Diante de tantos que estão sofrendo por questões importantes, por medo de adoecer, por estarem enfrentando dificuldade econômicas, por atritos familiares, eu choro por que? Simplesmente porque meus planos precisarão ser não necessariamente cancelados, mas sim adiados. Parece ser um grande egoísmo da minha parte, não é mesmo? Acontece que sou, eu também, “humana”. E minhas lágrimas não são lágrimas porque o sonho de levar meu marido para conhecer Salvador e a Chapada Diamantina não será (ainda) realizado, mas são lágrimas de saudade. Lágrimas porque eu tinha me “preparado” emocionalmente para ficar sem encontrar a minha família (tanto aquela “biológica” como a que eu chamo “de alma”) por 2 anos, não mais. (Por sorte, pelo menos a minha mãe ano passado veio me visitar).

No passado, já fiquei mais de 3 anos sem voltar ao Brasil. Agora, no entanto, emocionalmente falando, “pesa” mais. Talvez porque o tempo esteja passando, as pessoas envelhecendo e ainda não sei, por exemplo, quantos encontros ainda terei com minha amada tia e meu amado tio, antes que eles partam para o Mundo espiritual. Se penso no que se refere à saúde e à vontade de viver, provavelmente ainda nos encontraremos por muitos e muitos anos. Se, no entanto, penso na “idade biológica” (91 e 92 anos), preciso considerar que talvez não tenhamos tantos encontros assim. Isto, pra não falar em tantas outras pessoas que são importantes para mim.

Bom, voltemos então ao “lado bom” do confinamento. Existe sim. E são muitos. Um deles, talvez, seja justamente estar aqui, com o laptop no colo, digitando estas palavras. Estar curtindo mais a nossa casa, estar lendo mais, estar curtindo o surgir da primavera nos pequenos detalhes que podemos observar das nossas janelas. Poder, durante a semana, fazer “encontros virtuais” com aqueles que estão longe, tentando, sempre que possível, driblar a diferença de fuso horário. Conversar, cantar com os vizinhos. Buscar formas de ajudarmos uns aos outros. Conhecermos melhor a nós mesmos e àqueles que estão ao nosso lado. O diálogo! Ah, o dálogo! A troca de olhares! Sim, são muitos os lados bons. E talvez, dentre todos, o mais significativo esteja em poder dar valor a tantas coisas importantes que antes nos pareciam tão banais.

Outra frase que sempre fez parte da minha vida, que sempre me disseram e que eu passei a repetir e acreditar, é a famosa: “Nada é por acaso”. Sim, sigo acreditando nisso, acreditando que, na vida, tudo tem um propósito. Inclusive esta pandemia. Acredito sim que o nosso planeta, a Terra, planeta de provas e expiações, esteja passando por um período de transformação. Acredito que isto que está acontecendo se faz necessario para a depuração do planeta como um todo e que, quando tudo isto acabar, o nosso planeta não mais será um lugar de sofrimentos e provações, mas um planeta de regeneração. Estamos passando por um período de limpeza, de depuração, necessário para que ocorra esta transformação. Mas por que precisava ser desse jeito, povavelmente muitos estarão se perguntado.

Sob o meu ponto de vista, arrisco dizer que, na verdade não precisava não ser desse jeito. O pricipal responsável por estar acontecendo o que está acontecendo, da maneira que está acontecendo, somos nós mesmos. Sim, a responsabilidade é nossa.

É nossa responsabilidade porque fizemos escolhas erradas. É nossa responsabilidade porque a individualidade nos pareceu mais importante do que a coletividade (e agora, que somos obrigados a ficarmos sós, sentimos falta daquela “coletividade”). É nossa responsabilidade porque fechamos os corações para o próximo ao invés de abri-lo. Porque fomos gananciosos, mesquinhos, egoístas. Porque faltou empatia. Porque faltou respeito. Porque faltou compreensão.

Esta pandemia, no meio de tanto sofrimento, tanta destruição, veio nos trazer crescimento, especialmente crescimento espiritual, Veio nos trazer aprendizado. Veio nos mostrar o quanto o Mundo lá fora reflete o que somos por dentro.

É interessante observar o quanto os mais gananciosos e individualistas sao os que parecem estar tendo mais dificuldades em se adaptar a esta que, por um bom tempo, será a nossa nova realidade social. Atenção, não estou dizendo que são os que mais estão sofrendo, mas que são os que mais estão tendo dificuldades! E uma coisa é diferente da outra? Logicamente sim.

De um modo ou de outro, todos estamos sim experimentando vários tipos de sofrimento. Aquele profissional de saúde que, por medo de poder estar contaminado, evita abraçar o próprio filho; aquela professora que está tentando se adaptar e fazer as lições online, aquele velhinho cujo programa preferido era ir ler o jornal sentado no banco da praça. Aquele empresário que precisou dar férias para os funcionários, aqueles que possuem entes queridos nos hospitais e estão impedidos de ir visitá-los. Aqueles, como eu, que tinham feito planos, muitos planos e de repente se dao conta de que muito provavelmente eles não se realizarão.

O que varia, no entanto, de uma pessoa para outra? O seu grau de sofrimento? Talvez. Mas isso é sempre complicado de julgar, afinal, o sofrimento (e o peso que damos a ele) é individual. Além do mais, não cabe a nenhum de nós julgar a dor do outro, muito menos comparar com a sua própria dor. O que varia é o modo como cada um encara, enfrenta, “se adapta” a estas mudanças, a este “desafio”. Com raiva e reclamação ou com amor e resignação.

Posso passar o meu tempo a reclamar e quando o “confinamento” terminar retomar a vida exatamente como antes. Reclamando do trânsito, do salário,do chefe, do marido, da fila no banco, do onibus lotado, do pedinte. Ou então posso usar este momento para refletir sobre o que eu poderia mudar e, quando voltar à dita vida “normal”, ser mais tolerante, mais paciente, mais bondosa. Sorrir mais, reclamar menos. Valorizar as pequenas coisas. A troca de olhares. Aprender a escutar, a não julgar. Buscar ver as coisas de diferentes pontos de vista. Talvez, me colocar no lugar do outro.

Aprender a se colocar no lugar do outro, aliás, é um dos tantos “conselhos” que tantas vezes usei e agora também tendo a utilizar. No discurso, é um conselho “lindo demais”. Nos ajuda a entender melhor o outro, influenciando, certamente, a nossa relação com o próximo. Na prática, porém, “viver” o que vive o outro, embora pareça simples, não é tão fácil não.

Talvez eu esteja “enrolando”, para chegar aonde quero chegar. O que eu gostaria de “falar” é: é fácil eu (na  teoria) me colocar no lugar do outro. Até o momento em que o “outro” passo a ser eu.

Não me refiro aqui às relações familiares, onde colocar-se no lugar do cônjuge, por exemplo, possa talvez ajudar a enxergar as coisas de um novo ponto de vista, aumentando assim a tolerância, a aceitação e a compreensão. Me refiro, sim, a uma “troca” em um sentido BEM mais amplo. Quando começam, por exemplo, a barrar a nossa entrada em outros países, como tantas vezes fizemos com imigrantes que tentam desembarcar, à procura de uma vida mais digna ou melhor. Ou quando vemos, ao redor do mundo, restaurantes italianos sendo boicotados, exatamente como fizemos com os restaurates chineses na metade de fevereiro, ou quando lemos nas redes sociais que “o coronavírus se disseminou na Itália porque, como todos sabem, os italianos não são conhecidos pelos seus bons hábitos de higiene”.

Sim, é uma afirmação absurda! Nos sentimos humilhados, ofendidos, desrespeitados. Sentimos “na pele” um pouquinho de como é sofrer preconceito. Porque uma coisa é eu “me imaginar” no lugar do outro e para me sentir “menos em culpa”, ou até por bondade talvez, tentar ajudá-lo de alguma forma. Sem, no entanto, ter que “abrir mão” daquilo que é meu. Isto ocorre, por exemplo, quando oferecemos àquele imigrado uma ajuda, para que ele, de “grão em grão”, consiga enviar algum dinheiro para a família que se sentiu obrigado a abandonar, mas ao mesmo tempo questionamos o fato de ele possuir um telefone celular bem mais caro do que o nosso. Agora, fechados em casa, longe de tantos e sem previsão de quando poderemos nos reencontrar, de certa forma somos como aquele imigrado,sem, no entanto, todo aquele sofrimento que lhe é peculiar.

Então, como já citei tantas vezes anteriormente, se pudéssemos, quem sabe, com esta pandemia, aprender pelo menos ESTA lição, ou seja a de “realmente” ver as coisas da perspectiva do outro e, com isso, mudarmos a nós mesmos, nos tornando mais tolerantes, mais compreensivos, mais humanos e aprendendo a dar valor ao que realmente importa, talvez tudo isto não tenha sido em vão.